recensioni dischi
   torna all'elenco


THE DOORS  "The Doors"
   (1967 )

Il ’67 segnava l’esordio, tra i tanti, dei Doors. Il gruppo era tra i più eterogenei del periodo. La voce sensuale e oscura, le tastiere ipnotiche, la chitarra orientaleggiante e la batteria jazz fanno di questo gruppo un’icona del Rock. Il primo disco è il più brillante, il migliore come qualità di ogni singolo brano; la grande varietà del gruppo si può però riconoscere in ogni produzione. Resta il fatto che 'The Doors' è una delle colonne portanti del Rock, se non la colonna portante di tutto il rock-blues. Innanzitutto è un disco sincero, le canzoni sono suonate con disinvoltura da un gruppo affiatato, il suono è live, puramente istintivo. È inoltre un disco perfettamente bilanciato; si può individuare una ossatura composta dall’iniziale “Break On Through”, dalla centrale “Light My Fire” e dalla conclusiva “The End”. In mezzo a questi tre capolavori assoluti ce ne stanno altri, sicuramente minori, ma comunque di valore. Non ci sono pezzi inutili, cosa che andava per la maggiore nel periodo. C’è il rock n’ roll di “Soul Kitchen”, ballate malate e oscure come “The Crystal Ship” e “End Of The Night”, il rock-blues vibrante di “Back Door Man” e altri splendidi brani. Tutto comincia con il suono blues di “Break On Through”; un riff secco e scuro dà il là ad un brano forte, veloce e martellante. La chitarra ruggisce insieme alle grida di Jim e si inabissa poi in un vortice di suoni sempre più dolci, che confluiscono in un ipnotico solo di piano. L’atmosfera si riaccende poi con l’inveire di Jim, il clima è infuocato; la chitarra è tremendamente ruvida e graffiante. Si conclude con il canto ossessivo di Jim che viene man mano abbandonato dai suoni e si spegne nell’ombra. È il perfetto inizio dell’album; un pezzo radicale, deciso, sferzante. Avanti anni luce rispetto al Rock n’ Roll di quegli anni. Tra i brani puramente Rock del gruppo è certamente il migliore; gli altri capolavori trascendono dallo stile Rock. Stile Rock che è ampiamente illustrato in “Soul Kitchen”, dove si alternano strascichi oscuri a slanci emotivi, invocazioni dannate. Il tutto sostenuto da un effervescente prova del gruppo che sforna riff accattivanti; il pezzo, come molti del gruppo, è breve. Non c’è tempo per indugiare; è un viaggio senza ritorno nel mondo ossessivo e ossessionato di Jim Morrison. Ed è un piacere sadico senza eguali. “The Crystal Ship” è un gioiello di controsensi. Sublima la contraddizione insita nel vivere, che viene magnificamente espressa dalle note liquefatte di piano, dalla musica tersa e densa; ma soprattutto dalle parole sofferte di Jim. La vita, che può sembrare così radiosa e splendente, nasconde in realtà il dolore di un vuoto incolmabile dell’animo. Tematica fondamentale nella figura di Jim Morrison. Questa ballata, dolce solo in apparenza, ne è un manifesto imprescindibile e assoluto. Il tocco di grazia lo dà il piano nel suo finale inerpicarsi a livelli di comunicatività mai raggiunti prima. Prima del picco centrale di “Light My Fire” ci sono concessi due brani che stemperano un po’ la tensione. “20th Century Fox” è un brano sulle donne, passione di Jim, sulla loro furbizia e sagacia. È un bel pezzo Rock ben amalgamato nelle sue parti. “Alabama Song” è l’episodio più dissonante del disco; fortemente teatrale, con un incedere di suoni deciso e molto ritmico. Una sorta di inno. “Light My Fire” è la perfetta espressione musicale del fuoco che brucia dentro, fuoco di passione. Le parole sono espressive come non mai; amore che svanisce tra le fiamme della passione, senso di sconfitta, l’oscurità che ci circonda e lambisce i nostri animi fino a corromperli e a spegnere l’amore. C’è la presa di coscienza verso uno stile di vita che porta solo alla perdita della sensibilità. Il fuoco brucia, brucia ogni cosa che gli sta intorno e se non viene controllato rischia di far dissolvere ogni altro valore che ci appartiene. Questa canzone si compiace di ciò, anzi è la rappresentazione cruda e snervante di quel fuoco che ci annulla, ci fa svanire come fumo, cioè la dipendenza che ci toglie la ragione. Tutta la musica del brano è scoscesa, ripida e senza punti d’appoggio, non dà punti di riferimento. Dopo l’oscura invocazione le musica inizia a viaggiare, volteggia fino a perdersi nei meandri della psiche, assale chi l’ascolta inveendogli contro. Il piano, col suo suono sibilante, ipnotizza fino a frastornare; è coinvolgente e dinamico, pur seguendo linee ben tracciate. L’apoteosi arriva quando l’assolo di piano, teso e febbrile, si intreccia alla chitarra esotica in un crescendo apocalittico che finisce per spegnersi su se stesso. Ma non è finita; la voce riappare e ricama ossessivamente sulle ultime note sibilanti. Solo questa canzone nobiliterebbe un album insulso; pensate allora al resto del disco, assolutamente eccezionale, e capirete perché è una pietra miliare della musica. “Back Door Man” è uno dei brani più eseguiti ai concerti; tutto ruota intorno alla chitarra vibrante e rauca; il canto non fa altro che seguirne il ritmo. Forse per questo motivo veniva eseguita spesso dal vivo, è semplice, ma impeccabile. “I Looked At You” è spensierata, diversamente dalle altre. Questa canzone viaggia su binari molto meno oscuri, mantenendo però lo straordinario stile Rock dei Doors. “End Of The Night” lascia spazio alla cupezza che caratterizzava il gruppo. È una nenia funebre che si contorce nella paura del risveglio, arida disperazione, lento vortice di gelide emozioni che porta a “The End” passando per “Take It As It Comes” che non ha nulla da invidiare agli altri pezzi Rock-Blues del gruppo, ma risulta inferiore ai due capolavori di desolazione già citati. “The End” non è solamente una canzone. È teatro, un monologo tra Jim e la sua psiche, una lenta catarsi dell’uomo contro la sua incapacità di vincere la morte. Questa è la fine, bella amica, la fine, la mia unica amica. Puro pessimismo, desolazione; il monologo si snoda tra suoni orientali, puramente funzionali a concitare il dramma. Tra continuo rallentare e ripartire; i versi sconnessi, evocano la perdita di coscienza. La musica non ha nulla di rassicurante; inibisce nel suo lento improvvisare e trasformarsi. I fumi alacri causano oscure visioni, presagi di morte. E poi il picco di comunicatività, di espressività, di sintesi delle emozioni e dei pensieri di una generazione arriva con le celebri parole che riconducono all’Edipo re: “l'assassino si levò prima dell'alba, e calzò gli stivali; prese una maschera dalla galleria antica e s'inoltrò nel corridoio; giunse alla stanza del fratello, e fece visita alla sorella; e camminò fino ad una porta; guardò dentro: 'padre?', 'sì figlio!', 'io voglio ucciderti!', 'madre, io voglio...”. L’urlo di Jim, stemperato dalla musica che si incendia e sussulta, trasuda frustrazione, dolore e rabbia. Rabbia verso il destino dell’uomo, ciò che ci aspetta sempre e comunque. Sembra una rivisitazione semplicistica del dramma; nasconde in realtà una modernità disarmante. Edipo qui non è destinato a compiere il suo dramma, ma lo compie per sua volontà. Ed è un po’ il dramma dell’uomo moderno, incapace di evitare la fine, la morte. Anzi, le va incontro e si fa accogliere tra le sue braccia, conscio del fatto che sia la sua unica amica. L’unica via per il vivere eterno è la morte. Dramma di un’intera generazione… (Fabio Busi)