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THREE SECOND KISS  "From fire I save the flame"
   (2024 )

Accadde nell’inverno tra il 1998 e il 1999, non l’ho mai dimenticato.

Fu allora che conobbi i Three Second Kiss.

Non c’era internet. Cioè: c’era sì, ma non certo agli indicibili livelli di fruibilità odierni. Nel senso che non arrivavi a qualsiasi info in un paio di click, altroché. Si leggeva tanta carta stampata, e solo su riviste di settore trovavi qualche risicata info su band off di cui avevi sentito parlare. Si andava nei negozi di dischi – ancora ne esistevano! – alcuni dei quali non erano semplici negozi: erano luoghi di ricerca, di ascolto, di scambio di informazioni, di approfondimento. Di cultura, latu sensu. Lì scoprivi talenti, assorbivi atmosfere, godevi in sottofondo di cose bellissime che non passavano in radio.

In quel periodo mi interessavo al post-rock, quello che chiamo “di prima generazione”, ché ciò che oggi considerano post-rock – GY!BE, Explosions In The Sky, God Is An Astronaut e compagnia bella - è altra cosa rispetto al primigenio. Avevo scoperto a mie spese – non c’era Spotify, gli mp3 erano agli albori, si acquistavano i dischi! – gente tipo Don Caballero, Polvo, Slint. E i June of ’44, dei quali, in uno dei santuari del disco cui accennavo, avevo comprato un cd intitolato “Tropics and Meridians”, con delizioso artwork di copertina e proprio quel suono. Comprai alla cieca, perché non li avevo mai ascoltati prima, ma erano sicuramente post-rock – uh, eccome! - e quindi perfetti per quella mia fase.

Ora, caso volle che una sera d’inverno tra il 1998 ed il 1999 i June of ’44 facessero tappa a Milano per una data imperdibile. Venue prescelta era – lo ricordo bene – il Tunnel di via Sammartini, qui a Milano. Locale che per un bel periodo ospitò nomi davvero importanti del sottobosco indie che fu, un capannone sotto i tunnel (appunto) della stazione centrale, location molto urban & underground, un posto che frequentavo piuttosto assiduamente. Ricordo anche che al Tunnel i concerti iniziavano ad orari improponibili: previsto per le 22? Non si cominciava prima di mezzanotte. E ricordo pure che quello dei June of ’44 era in cartellone in un giorno della settimana inadatto ad un concerto: se non erro, era una domenica sera, o addirittura – ma il discorso non cambia – un lunedì sera, quando non si manifestano neppure gli spacciatori di popper.

Bè, io e Luca ci eravamo guadagnati un posto in prima fila: eravamo seduti su due alti sgabelli con davanti un tavolino (al Tunnel c’era un bancone bar notevole), vicinissimi al palco, che stava sulla nostra sinistra. Postazione privilegiata e comoda, che non mollammo mai. Bene: ad una certa ora, diciamo mezzanotte (come volevasi dimostrare), ancora di musica nemmeno l’ombra, e va bene buttare giù birra, ma insomma sarebbe stato anche ora e tempo di iniziare, che domani mattina si va a lavorare, e ‘sti qua del Tunnel proprio se ne fregano di chi si alza presto, che mancanza di rispetto, ecc.

Finalmente, a mezzanotte e un quarto – dico: mezzanotte e un quarto! – salgono sul palco in tre, e attaccano a suonare. Ora, lo ammetto: al di là delle sei tracce – difficilissime, ostiche e spinose – di “Tropics and Meridians”, io non conoscevo altri pezzi dei June of ’44, e Luca men che meno, visto che il lettore cd non lo aveva e non gli avevo potuto prestare il disco. Ma non crediate: l’ottanta per cento dei presenti erano nelle nostre stesse, identiche condizioni. Bene, ‘sti tre tizi infilano una sequenza micidiale di tiratissimi pezzi post-rock, impervi e complicati, senza due dannati accordi consonanti in fila. Una cosa impegnativa, a quell’ora di notte. Solo anni ed anni più tardi, apprenderò che quello che stavamo ascoltando non era in realtà post-rock, bensì una sua variante che prende il nome di math-rock. Come il post-rock, ma ancora più estremo dal punto di vista della matematica precisione degli incastri, dei movimenti, dei tempi strani. Già era difficile il post-rock: il math-rock era decisamente peggio. “Questo pezzo lo conoscevi?”, mi fa Luca dopo la quinta o la sesta canzone. “Non lo riconosco, non saprei”, rispondo già piuttosto inebetito, sia per la vicinanza al palco, sia per la oggettiva difficoltà di ciò che stiamo ascoltando. Dopo una mezzora, a Luca viene il dubbio, e mi fa: “Ma sono loro?”. “E chi vuoi che siano?”, gli rispondo acido. Intorno alla una – dico: la una di notte, domani, anzi oggi, si lavora – i tre tizi finiscono il set. Salutano. In un perfetto italiano – che bravi questi June of ’44, senti come parlano pure italiano! – ringraziano il pubblico presente. “Noi siamo i Three Second Kiss, di Bologna. Grazie a tutti, buon proseguimento”. Tre quarti d’ora ad ascoltare una band pensando che fosse un’altra.

Che shock. Luca mi ride in faccia, mentre la band lascia il palco. Sul quale i June of ’44 saliranno mezzora più tardi, terminando il set intorno alle tre passate. Totale: tre ore complessive di faticoso martirio sonoro, che in confronto gli Shellac sembrano gli Abba. Ricordo bene che uscimmo dal locale nella notte milanese abbastanza distrutti, nel corpo e nello spirito. Non rilassati, di sicuro.

Ricordo infine che tornai a casa verso le tre e mezza, suscitando le ire di mio padre, che, se tornavo troppo tardi senza avvisare che sarei tornato tardi, comprensibilmente si arrabbiava di brutto. Avevo un cellulare preistorico, i miei ancora non lo avevano, così per avvisarli avrei dovuto chiamare sul fisso di casa a notte fonda, cosa che non avevo ritenuto di fare, perché va bene che telefonano a te comunque vada, ma una telefonata nel cuore della notte non è mai una bellezza per i genitori, perciò avevo evitato. “Io vado a lavorare!”, mi disse adirato papà. “E io pure”, risposi. Vabbè, buonanotte, che qui suona la sveglia fra tre ore. Tre ore di sonno, tre ore di concerto, le tre di notte, i Three Second Kiss.

Maggio 2024: “C’è un nuovo disco dei Three Second Kiss”, mi informa il direttore. Sui nuovi arrivi ho lo ius primae noctis, quindi, ovviamente, lo scelgo col numero 1, come ai draft NBA. Mi fa piacere saperli attivi, chissà se fanno ancora quel math-rock (a loro la limitante inclusione in quel novero dubito piaccia, anzi), mi cimento volentieri. Basta un niente della prima traccia di “From Fire I Save The Flame” - inaspettato cavallo di ritorno su etichetta Overdrive, con sound engineering nientepopodimeno che di Don Zientara - per tornare al Tunnel un quarto di secolo fa. L’opener si intitola “Soul catchers”, incipit come ai bei vecchi tempi: chitarra sgranata in droni, accordi aperti, basso che vaga, accenti sui piatti in crescendo; poi quiete, poi ritmo lanciato con controtempi vari, poi esitazione, poi canto. E sono passati solo settantacinque secondi del primo brano, nemmeno vi preannuncio cosa accade nei rimanenti duecentosettantasei, non voglio levarvi il brivido della sorpresa.

Nel prosieguo, tutto spigoli e controllata frenesia, nulla è immediato. Nessuna concessione, sporadici appigli, rara melodia celata giusto tra le pieghe del canto (“Let Me Breathe The Way I Know”) o in episodi totalmente avulsi dal contesto (“Intermission N.1”, “Intermission N.2”, intervalli non a caso), stop-and-go a singhiozzo (“First Blood Spills”), asimmetrie strutturali elette a metodo, dissonanze sparse come petali di rosa – o come chiodi - lungo il cammino, riletture alterate di lontani echi blues (“Exclusion Code”, quasi Jon Spencer), contorsioni ed equilibrismi sull’orlo del baratro, regno di una nevrosi controllata, convogliata verso un climax continuamente rimandato e mai realmente raggiunto.

Tutti elementi che sovvertono la forma-canzone nel nome di una complessità eletta ad arte, mai forzata né ridondante, un incessante accumulo di tensione inesplosa che ricorda molto lo Steve che non c’è più (“Letter From Hurtville”), giù fino al cul-de-sac di “Heart Full Of Bodies”, epilogo emblematico, cadenza catatonica che arranca a mezza velocità tra scordature metalliche inquiete fino a quell’ultima battuta monca, lasciata in sospeso sul nulla.

Musica ostica e cerebrale, lavoro di cesello, intrigante rebus, adorabile nella sua incrollabile coerenza, con fiducia illimitata nel potere delle dinamiche, degli intrecci, degli incisi taglienti, dei ritmi spezzati, percorso tortuoso e accidentato che definisce indelebilmente quaranta minuti ardui e preziosi.

Ecco: questo è oggi, questi sono Sergio Carlini, Massimo Mosca e Sacha Tilotta, e questo fu come conobbi i Three Second Kiss quando alla batteria c’era Lorenzo Fortini, Three Second Kiss dei quali – lo ammetto – persi le tracce un paio d’anni dopo quel live, a suo modo indimenticabile. Col post-rock di prima generazione non ho mai davvero chiuso, col math-rock (tranne qualcosa dei Disappears) sì, ma ogni volta che lo sento nominare, i Three Second Kiss sono tuttora la mia pietra di paragone, perché math-rock in purezza così ben fatto, io non l’ho mai più sentito. Sempre che di math-rock si tratti. (Manuel Maverna)