recensioni dischi
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MUNI  "Oltre tutto"
   (2024 )

Uscito a maggio 2024 sotto l’etichetta Lacryma Dischi, l’album “Oltre tutto” del giovane cantautore toscano Lorenzo Meazzini (in arte Muni) si propone l’audace e rischioso obiettivo di dare una mano al pubblico ascoltatore nell’accedere, attraverso la forza catartica della musica, a dei “mondi altri”… arrivando a capire e a sentire quello che c’è, appunto, oltre tutto o – osiamo scriverlo – oltre “tutte le cose visibili e invisibili”, come viene detto nel Credo dei fedeli cristiani.

L’autore stesso afferma che il suo “è un disco che si sviluppa come una preghiera, un percorso iniziatico dal concreto all’etereo, dall’umano al divino” e che per mezzo dei brani che lo compongono “si racconta l’eterno divenire delle cose e si cerca di trovarne il centro”.

Leggendo queste frasi di presentazione e ascoltando le sonorità prodotte con chitarre, tamburi, cori, fisarmonica, diamonica, didgeridoo e strumenti elettronici vari, viene quasi spontaneamente da pensare al complicato e affascinante periodo degli anni ‘60 – ‘70, nel quale i giovani hippies (e non solo loro) viaggiavano nell’America Latina per “cercare Dio” nelle piante e nei funghi con effetti psichedelici… perché proprio in quegli anni il mondo occidentale stava perdendo la fede in Dio, per poi cercare con grande fatica di recuperarla, in un percorso spirituale intrapreso – a volte anche inconsapevolmente e senza capire di preciso quale sia l’oggetto della ricerca – fino ai giorni di oggi.

Nelle otto canzoni presenti sul disco, Lorenzo Meazzini e il co-produttore Michele Mandrelli creano un’atmosfera avvolgente, con dei suoni pieni e ricchi e con dei ritmi fluidi che non lasciano spazio ai momenti di attesa o di tensione: probabilmente una musica adatta all’impazienza dei giovani, che, avvicinandosi al loro mondo, li vuole prendere per mano e condurre verso la conoscenza di realtà più alte e più profonde.

Pare che il baricentro dell’album sia compreso nei primi tre brani – “Mousiké”, “Silù” e “Il lupo” – dopodiché, durante l’ascolto degli altri cinque, l’attenzione tende a calare e ci si abbandona ai ritmi danzanti e alle rime giocose che in qualche modo ricordano le nenie infantili… o “l’infanzia” dell’umanità, quando prendevano forma le prime manifestazioni spirituali.

“Mousiké” è un’introduzione che forse racchiude in sé l’essenza dell’intero concetto. Il termine sembra ispirato alla cultura dell’antica Grecia, in cui la pratica musicale pubblica era strettamente legata alla celebrazione religiosa. Per l’autore il Mousiké è una specie di persona onnipresente, onnisciente e onnipotente a cui si rivolge così: “Mousiké nei mari, Mousiké nei venti… Mousiké nei monti, Mousiké nei tuoni… Mousiké, ovunque risuoni… Mousiké, le perle nascoste, le cose concrete, le cose mai viste… Mousiké, tu che ci ascolti… Mousiké, tu che tutto conosci… Mousiké, tu che perdoni… Mousiké, ovunque risuoni…”. E il testo recitato dalla voce del cantautore viene accompagnato da un coro (Giacomo Barni e Nicola Mancini) che ricorda i canti religiosi orientali, da delle sciamaniche percussioni e persino da un australiano didgeridoo… Tutto sommato, un’invocazione verso una divinità generica, universale e senza volto.

Il brano intitolato “Silù” fa, a un primo approccio, pensare alle persone di origine africana che nei barconi percorrono i mari in cerca di una vita migliore, spesso diventando vittime di orribili tragedie… Ma il mare qui potrebbe essere anche metafora di un mondo sprovvisto di riferimenti, in cui si cerca senza sosta qualcosa o qualcuno che faccia da guida e che dia un senso al tutto. Significativi da questo punto di vista sono i versi “Cerco il capitano d’una nave che, da troppo tempo ormai, persa è alla deriva/ E vuote le riserve nella stiva” e anche il ritornello “Silù, Silù, la luce del faro dov’è?/ Il mare è troppo grande per me”.

Sempre nel testo di “Silù” si evince l’idea per cui la salvezza e la guida si potrebbero trovare nella fratellanza con chi è umile ed emarginato (“C’è chi l’ha visto per le strade di città/ A fare il vu cumprà”) e anche quella per cui una causa dello smarrimento spirituale potrebbe essere l’imperialismo degli stati detentori del maggiore potere nel mondo (“La fame di conquista/ È cosa buona e giusta,/ Poi ci ha lasciati soli dentro la tempesta”). È piuttosto difficile spiegare la presenza in “Silù” della poesia in lingua francese… Sarà un’allusione alle colonie francesi in Africa…? Comunque, la voce dell’artista Irene Vergni che recita la rispettiva poesia è piacevolmente fresca e giovanile e riesce a compensare l’insicurezza nella pronuncia delle vocali.

La stessa Irene Vergni fa sentire una parte corale piena di autenticità e di vitalità alla fine della canzone “Il lupo”, uscita come singolo prima dell’album. Il titolo è probabilmente una metafora della fame, la fame d’amore e di senso nella vita. Molto profondo è il riferimento alla tentazione della morte (“Una sirena canta in lontananza:/ -Scendi giù con me nel precipizio,/ Togliti solo un altro sfizio,/ Vieni a prendermi, ché niente ci rimane,/ Ché magari poi neanche si risale”), riferimento presente anche nel brano “Buonasorte”, con l’ironico gioco di parole “Bevo dal bicchiere divino/ L’ultimo bicchiere di vino”.

Con il suo ritornello, “Il lupo” ci porta nel mondo del gioco e della leggerezza infantile: “Scorre il fiume,/ La gatta è nel cortile,/ L’odore del pane riempie l’aria”… Il pane non è una presenza casuale, non è un pane qualunque, ma è un pane che poi viene identificato con un corpo: da “L’odore del pane riempie l’aria” l’autore passa a “Il tuo odore riempie l’aria”, per poi consolidare l’idea dicendo: “Nelle notti che non trovano la luce/ Io nel buio ci ho trovato la tua voce/ Per ogni desiderio senza pace/ Tu, nido di parole delicate”. A prescindere dal fatto che trattino di Dio oppure di un’altra persona amata, sono versi d’amore molto veri, che non vanno trascurati.

“Il lupo” c’invita, tra l’altro, ad allargare i confini del proprio ego verso l’esterno, seguendo il ritmo della musica e fondendoci insieme a ciò che sembra diverso da noi: “Ampia i tuoi confini”, “Perditi nei sensi,/ Lascia andare i movimenti”. La stessa idea dello “scioglimento” dell’io viene ripresa nell’ultimo brano dell’album, suggestivamente intitolato “Verde”, in cui, sullo sfondo di una musica altamente pop ed elettronica, l’autore esprime il desiderio di diventare verde, trasparente, inconsistente, di essere “la cosa che non si vede ma si sente”, di farsi polvere, di perdersi nel verde, di seguire “l’eterno ciclo delle cose”… dopodiché scopre d’identificarsi negli animali e nei vegetali, come avveniva nelle società primitive: “Sono un animale; ora mi riconosco,/ Giro nelle vite di un tronco”.

Il gioco infantile, che vuole aiutare a diventare più leggeri e ad abbandonare le proprie corazze ossessive, è ben rappresentato nelle canzoni “Spirito, spirito” (un altro singolo precedente all’album) e “Pianoforte”. Lo spirito – uno spiritello della foresta, incostante, irrequieto e sempre in movimento – viene definito “solitario, luce dell’umanità, rivoluzionario, custode della libertà” e viene invocato con la nenia “Spirito, spirito, scivola e va’!/ Le cime degli alberi sai fare danzar.../ Spirito, spirito, corri veloce,/ Ché dopo il buio risplende la luce”.

“Pianoforte” invece sembra una specie di elogio alla musica, vista come antidoto contro la “noia” della vita quotidiana da adulti e come mezzo per ridiventare spensierati come bambini… La batteria fa “tum-tum-cha” (ricordando la canzone “Il batterista” dello Zecchino d’Oro 1995), mentre il ritornello che l’autore dice di aver “imparato a cantare dal vento”, fa “Sciubi-dubi-daabi-deba-doo/ Sciubi-dubi-dabi-dubi-ueee…”.

Si stanno quindi sperimentando attraverso la musica e le parole diverse modalità con cui si spera di superare il mondo ordinario e di raggiungere una divinità, non si sa esattamente quale… Non manca neanche il riferimento alle pratiche di stregoneria, nel passato utilizzate da molte donne appartenenti all’etnia romaní, comunemente e impropriamente chiamate “zingare”. Rappresentativa in questo senso è la canzone “Sfera di cristallo”, anch’essa uscita come brano singolo prima del disco. Il ritmo è quello caratteristico di manèle (genere musicale balcanico di creazione contemporanea che sempre accompagna le feste e le manifestazioni artistiche dei romaní), mentre il testo vuole invogliare a non fidarsi più della razionalità e della propria capacità di controllo e a farsi guidare e purificare dal presunto potere degli oggetti “magici”: “Scendi giù dal piedistallo,/ Fa’ quello che dice la sfera di cristallo”… “Ora che la maschera è calata,/ Giù dalla finestra l’hai buttata,/ Torna a splendere magnifico,/ Puro nel corpo e nello spirito”… “Nell’estasi rinasci e, se vuoi, resta”.

Buon ascolto e buona ricerca musicale della verità insieme a Muni! (Magda Vasilescu)