recensioni dischi
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FRANCO BATTIATO  "Il vuoto"
   (2007 )

Partiamo da un presupposto. Se, appena ascoltato il disco nuovo di chiunque, la mano inizia a gironzolare per la cd-teca (come cavolo si dice?) alla ricerca di roba vecchia del soggetto in questione, buon segnale non lo è. Di Battiati, in questi 40 anni di carriera, ce ne sono stati così tanti, da far perdere la testa a chi volesse trovare i fili del discorso. Da quello stile “canzone per l’estate” degli anni ’60, a quello rivoluzionario-progressista dei primi ’70, dall’elettronica della tetralogia che va da “Fetus” a “Clic” a quello strumental-inascoltabile della seconda parte del decennio. Poi si passa alla popstar da milioni di copie vendute, al mistico di “Fisiognomica”, all’arabeggiante, al classico-operistico. Insomma: anche se all’epoca lui parlava di “No U turn”, in realtà di inversioni ad U Francuzzo ne ha fatte tante, senza mai restare uguale a se stesso. Poi, l’avvento di Manlio Sgalambro, in un abbraccio non sempre amato dai fans della prima, seconda e terza ora, con la battutaccia di Roberto D’Agostino che definì il filosofo “la personale Yoko Ono di Battiato”. In una discografia sempre più piena di raccolte, live, cofanetti più o meno autorizzati, un album veramente nuovo fa sempre effetto, ma la cosa triste è che questo “Il vuoto” sembra – ahinoi – un coacervo di scarti de “L’imboscata”, disco del 1996. E fa strano che in 11 anni, quasi un’era geologica considerando le tante reincarnazioni di Francuzzo, non ci sia stato un benchè minimo rinnovamento. Certo, ci sono due o tre tracce che possono restare in testa, a partire dalla titletrack. Ma si viaggia sempre di maliconie per i tempi andati, con testi non sempre adatti al mainstream: che poi non è quanto lui abbia mai voluto, ma se tanti anni fa poteva far intonare a decimigliaia di fans le liriche assurde de “La voce del padrone”, ora tutto sembra sempre uguale e ripetitivo. E nemmeno quelle scariche elettroniche, caratteristiche della sua musica dai tempi di “Meccanica”, 1971, sembrano un infinito loop fine a se stesso. Tradotto: se un tempo ci si poteva annoiare, e come altrimenti, davanti a “Zà” o “Sud afternoon”, ora dopo aver ascoltato “Il vuoto” resta, appunto, un senso tale. Ci si sbaglierà, ma servirebbe una ultima inversione ad U, per il Nostro. (Enrico Faggiano)