FOTTUTA BAND "Rock’n’roll"
(2025 )
Questo è un disco serio, ma non sempre e non del tutto: po esse fero e po esse piuma, in proporzioni diseguali, nel senso che è molto più fero che piuma.
Sa essere lieve e sa ferire, sa scherzare e sa riflettere.
Soprattutto, si destreggia fra i due estremi con la consapevole nonchalance concessa in dote ai giovani, agli appassionati, agli sfrontati, ossia coloro che ci credono di più, e che più di altri si disinteressano di orpelli vari e amenità assortite.
Francesco Bellucci, Marco Zitoli e Andrea Spigarelli sono la Fottuta Band, trio perugino che mette in chiaro le cose fin dal nome di battesimo, del tipo: questi siamo, questo abbiamo da dire, questo è il nostro modo di dirlo, se vi va bene è così, oppure amen.
Debuttano per la forlivese L’Amor Mio Non Muore con le dieci tracce dispettose e irriverenti di “Rock’n’roll”, e pure il titolo – semplice e diretto come loro - è una esplicita dichiarazione d’intenti, senza doppi sensi né facile ironia: la musica che propongono, tenace e ruvida, energica e frontale, schietta ed essenziale dalla prima all’ultima nota, è proprio quella, niente arzigogoli né elucubrazioni cervellotiche, quaranta minuti focosi e intensi, con ganci e ritornelloni, riff e bastonate, fantasia e vigore.
Picchiano e graffiano, mettendo in scena una pièce roboante e viscerale, pulsante e tesa, incalzante ma non violenta: dal micidiale trittico di apertura alla buia, esplosiva chiusura di “Della morte dell’ego”, con echi fuzz, passo stoner e brusca accelerazione finale, l’album è un susseguirsi di intuizioni e spunti golosi, si tratti dell’amaro disincanto di “Poke”, con inciso killer e chorus efficace, della leggerezza di “Tra le braccia”, o della ruvida title-track, che ricorda (e non poco, titolo del brano compreso) lo stile scanzonato e beffardo dei mai-abbastanza-lodati Fleurs Des Maladives, con una disinvolta autoreferenzialità che attrae ed intriga.
Maneggiano con classe anche con l’esistenzialismo, affatto banale, di “Algoritmo” - intro per basso e batteria, insinuante canto sussurrato, sviluppo non banale – e le inattese profondità di “Animale”, con messaggio plumbeo, fosca incombenza ed una variazione ritmica ed armonica che rimanda, mutatis mutandis, alle divagazioni imprevedibili dei Verdena di metà carriera.
Ne risulta un disco brillante, ricco e veemente, urgente e frenetico, fragoroso al punto giusto. It’s only rock’n’roll, e va bene, va benissimo così. (Manuel Maverna)