SEVEN EYED CROW "Emerge"
(2026 )
E’ inutile giocare a nascondino per tentare di celare un’ambizione artistica che trapela, in maniera palese ed evidente, un intento inseguito da oltre un decennio.
Tanto i francesi Seven Eyed Crow, di questo obiettivo, non ne fanno un mistero nel nuovo, quarto album “Emerge”: un’opera che tocca l’acme di una carriera fin qui brillante, capace di mescolare suoni densi ed ibridi, tra stilismi di rock, metal, jazz, raggae a piccole dosi e ricercatezze particolari.
Un altro aspetto rimarchevole della formazione di Bordeaux è rappresentato dal lirismo visionario del singer Jay, il quale lancia ripetuti allarmi ed inviti al risveglio sociale, in un’epoca tesa, complicata, fatta di eccessi pecuniari ed ambientali.
All’ingresso, si apre l’uscio con le dure legnate di “Gaslighted” ed “Eyes wide shut”, quest'ultima angosciante quanto l’omonimo film di Kubrick.
Invece, impastando ruggiti di metal e grunge, i francesci ci intortano con le dense “Mind blowing signs”, “We all shall fall” e “Happiness Injunction”, incrociando barlumi di Audioslave, Stone Temple Pilots e Leprous.
Linee più morbide e stemperate s’insinuano nelle architetture di “Until”, “To my old man” ed “Hello stranger”: quindi, siamo in presenza di un collettivo non sempre feroce ma abilissimo nel dosare carota e bastone, con il suddetto Jay a spargere, anche in finale, eclettiche “Visions” che lasciano vibrazioni nel cuore.
A dirla tutta, i Seven Eyed Crow sono ormai lanciati verso traguardi più che ambiziosi ma con grande umiltà, che poi è quella che fa grandi i veri artisti: quelli che, nonostante un vistoso talento, continuano a volar basso su culmini terrestri.
Chapeau! E… merci pour la belle musique. (Max Casali)