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BOBAN  "Volatile"
   (2026 )

Ma a Milano si vive davvero così male? Chiedo da veneto, che la città (un tempo) da bere, l'ha vista solo quando hanno piantato l'ago gigante, con filo e nodo, quindi nel terzo millennio.

Forse ci si vive in maniera diversa, a seconda di quali sono i propri valori, le proprie priorità. Se sei ambizioso e vuoi il tuo spazio di fama a tutti i costi, dormendo mai e prendendo aiutini per essere sempre prestante e competitivo, allora tuffati nella giungla.

Forse i Boban cercano un'altra Milano, quella dei primi anni del Derby Club, quando il progresso era ancora una promessa in veloce via di sviluppo. Ma io non so di cosa sto scrivendo, vado per sentito dire; vi potrei descrivere al massimo la provincia di Padova.

Diamo voce allora ai testi di “Volatile”, nuovo album dei Boban costruito con beat elettronici d'annata, chitarre elettriche e sintetizzatori arpeggianti che si incrociano, nella migliore delle tradizioni new wave. Meglio fidarsi delle parole di chi ci vive, nell'atmosfera meneghina.

Un'airone ferito che non vola compare nelle tante immagini di solitudine descritte in “Sotto un cielo topazio”: “Non ci sono più i neon, l'isolato è in declino, sulla giostra che cigola c'è solo un bambino (…) i velocipedi intrepidi poi si lanciano folli, tutti i bipedi ondeggiano, ormai sembrano polli”. Sì, a quanto pare i Boban li vedono ancora alienati, i cittadini. E cercano fughe poetiche tra il grigiore: “La luna che spunta unisce mondi lontani”. Emerge qui il loro desiderio frustrato d'aria e spazio.

In questo primo brano, abbiamo solo voce e chitarra riverberata. I battiti arrivano con “Houdini”, dove si fa più deciso il sarcasmo: “Potrei smettere di bere o pedalare un po' di più, e poi parlare con le piante, fare proprio come chi non ha più niente da sperare, fare yoga o giù di lì”.

La “gente che si atteggia” è il bersaglio di diverse tracce. Come qui, anche in “Loop 45”: “Mi fa pena chi esibisce quella che sembra ricchezza (…) c'ha la faccia ritoccata manco il naso di un pagliaccio, un attore che ripete un canovaccio”.

E così anche ne “Il tizio con il pappagallo”, che è un saccente che “sa sempre questo e quello”. Solo che stavolta la musica mette da parte la plumbea new wave per animarsi in una marcetta à la Jannacci, che termina col kazoo, come negli episodi di spirito di Paolo Conte.

Anche “Botox” prosegue il percorso sarcastico verso l'ambientalismo di posa, appannaggio della borghesia benestante: “Se mi comprassi un'auto elettrica o una villa con pannelli solari, dimostrerei mentalità ecologica, grande attenzione agli altri esseri umani, farei una vita salutistica, senza più correre davanti ai benzinai, la casa in modalità domotica, con i fornelli che si accendono da soli (…) Un cetriolo sulla palpebra, un po' di chirurgia estetica (…) Facciamo molotov con l'arnica, una risata vi seppellirà, non la minaccia dell'atomica“.

“Electroboban” è un brano non cantato, elettronica avvincente che ospita un noto spezzone del film “Sbatti il mostro in prima pagina”, ovviamente quello leggendario dove il direttore del fittizio “Il Giornale”, interpretato da quel gigante che è Gian Maria Volonté, rimprovera il giornalista per aver scritto un articolo in maniera troppo diretta, col rischio di far sentire in colpa il lettore.

Non era molto etico quello che diceva, ma fa effetto vedere che invece oggi le strategie giornalistiche vadano in direzione opposta, alla ricerca dei dettagli più granguignoleschi della cronaca nera, per tenerci spaventati e desiderare lo stato di polizia. Ma quella parte diabolica di Volonté è ancora attuale, nel ricordare come l'informazione venga sempre manipolata.

Ma allora, com'è questa Milano oggi? I Boban rispondono: “Questa cazzo di città è un'agonia esistenziale, chi va al pane quotidiano, chi va a ostriche e caviale, mentre tutto intorno è vuoto e indifferenza, la paura del diverso che ci annienta”. Non c'è speranza, meglio restare nelle nostre province...

“Komorebi” però chiude l'album con un'amarezza che accompagna ricordi nostalgici e desideri di guarigione: “I miei capelli che si sfaldano stanchi, sembrava ieri e son passati 30 anni, come il calore che modella la cera, i nostri sogni sotto un chiaro di luna. Con le lamiere che rimbombano ancora, un tulipano ma non è primavera (…) Le tue parole che si incagliano ancora dentro le crepe amare di una frattura. Vorrei soltanto aver la testa leggera, e cancellare quella vecchia sutura”.

“Volatile” probabilmente è un'autoterapia per i Boban, un modo per esorcizzare le ombre dei palazzi, e le recenti indagini sull'urbanistica “deviata”. Forse diversi milanesi non competitivi, che vorrebbero solo stare tranquilli, si ritroveranno nei loro sentimenti. Io da esterno, mi riguardo la scena de “Il ragazzo di campagna” dove una geniale colonna sonora è realizzata con clacson e motori sincronizzati! (Gilberto Ongaro)