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MEGADETH  "Megadeth"
   (2026 )

Il metal, con l'andare degli anni che ha sulle spalle (invero non pochi ma è ancora un ragazzino se lo confrontiamo ad altri generi), è diventato un fossile con un suo codice e un suo linguaggio, un perimetro che è difficile mettere in discussione, una macchina per soldi facili, ma nelle sue varie declinazioni è anche oggi un fenomeno culturale e sociale non trascurabile, come peraltro il pop.

Il sottoscritto è stato iniziato all'olimpo del rock più gagliardo e pesante, in un crescendo che dai Deep Purple è passato dagli Iron Maiden fino ai Metallica, da un compagno di collegio che alternava l'ascolto dei sacri testi del metal, la contemplazione delle tette di Samantha Fox (legata all'hard rock solo grazie alla liaison con Paul Stanley dei Kiss) sul poster della cameretta a serissimi studi di filologia e in particolare alla passione per la letteratura barocca e ai versi del Marino.

Oggi è uno stimato professionista della parola ma senza di lui, i suoi chiodi e le sue borchie, non avrei capito con la stessa schiettezza né Dio (il cantante, non l'entità ultraterrena) né Ozzy, che ambo riposino in pace.

Il tempo passa e se per molti è giunto il tempo di appendere le chitarre al chiodo per non affrontare patetici raffronti con gli anni d'oro, ora i Megadeth (o quel che ne resta) rendono doveroso omaggio ai Metallica delle origini (con la band, gli Anthrax e gli Slayer formano il mitico quartetto dell'olimpo del metal) con una cover contenuta nel loro diciassettesimo album.

La cover è quella di "Ride the lightning" che diede il titolo al secondo album dei Metallica, correva l'anno 1984, più o mano quando il mio socio di collegio si fece travolgere dal sound di James Hetfield, Lars Ulrich e soci. Tempo di bilanci, quindi, di doverosi raffronti.

Considerato anche che i Mega sono una sorta di costola impazzita dei Metallica (alla cui palette sentimentale si strizza l'occhio con il titolo "Puppet parade" e con il successivo e meno convincente "Made to kill"), nati dopo la fuoriuscita forzata di Dave Mustaine, unico sopravvissuto della formazione originale peraltro che con lungimiranza si è fatto la sua etichetta personale per tutelare diritti e introiti.

La cover è rispettosa dell'impianto armonico originario, vuol dare nuovo smalto a un classico, che onestamente non ne avrebbe bisogno (il riff di chitarra è eloquente in proposito), ma in quanto a potenza vocale la distanza si sente (e in "I am war" fa quasi tenerezza, sembra un ubriaco che sproloquia in fondo all'osteria come Renzo alla Luna piena).

A voler essere cinici è come vedere un vecchio che tenta di scopare, come dice nel suo fiorito lessico il sergente Hartman alla sua vittima Palla di lardo in "Full metal jacket" di Stanley Kubrick.

Ciò detto, onore sul campo a questi inossidabili e inesorabili che si fanno forza di un brand ancora sulla piazza, nonostante i cambi di casacca e gli scivoloni produttivi, gli eccessi e i decibel, portano avanti con artigiana onestà e con le tecnologie di oggi un mito nato per altri scopi e in altri tempi.

Manca poco ormai, poi con l'intelligenza artificiale (i Kiss già ci lavorano a quanto pare) avremo a che fare con avatar, cloni e chissà quale altra diavoleria. Finché ci sono, anche se coi denti guasti e il fiato corto, gustiamoceli dal vivo.

Voto 8 meno meno. Miglior brano di questo cocktail di ruvidezze e tentativi melodici, che tolleriamo come inevitabile capsula del tempo e come gli sproloqui di uno zio un po' bizzarro e bolso ma tutto sommato prevedibile venuto come un pugile suonato a rinvigorire la noia del pranzo di natale, è l'aguzzo e tutto sommato travolgente "Let there be shred", meglio del brano che apre l'album ossia "Tipping point", accompagnato da un video che ammicca al culto per le carceri tipico di tanta filmografia affine al genere. (Lorenzo Morandotti)