FRANCESCO RADICE "Per aspera ad Astrea"
(2026 )
“Per aspera ad astra” è il motto latino secondo cui attraverso le difficoltà si raggiungono le stelle. E fra tutte le costellazioni, ce n’è una davvero speciale: quella della Vergine, della quale la mitologia greca racconta che una volta fu una dea di nome Astrea, quindi proprio “la vergine delle stelle”.
Figlia di Zeus e Temi, Astrea discese sulla Terra durante l’Età d’Oro della Grecia per diffondere innocenza e giustizia, ma fu aggredita dall’immoralità del mondo e scelse di tornare in cielo, nell’infinito a cui apparteneva.
Ispirato dal fascino di Astrea e dalla moltitudine di pensieri che la storia della dea suscita, il cantautore emergente (“semiprofessionista”, come si autodefinisce) Francesco Radice la ha poeticamente fatta rivivere in mezzo alle stelle, trasformando il “Per aspera ad astra” in “Per aspera ad Astrea”. Così è nato il titolo del suo EP, uscito sotto l’etichetta indipendente Aurohra Arts e disponibile dal 26/01/2026 su tutte le piattaforme digitali.
Astrea – metafora del superamento dei propri limiti fisici per accedere a una forma superiore di esistenza – non vive soltanto nel titolo del disco, ma anche in ognuno dei sei brani che lo compongono.
La forza e la vitalità delle melodie e dei ritmi, il timbro unico e trascinante della voce di Francesco e soprattutto la profondità dei contenuti e l’equilibrio formale dei testi poetici riescono a creare nel sentire e nel pensiero di chi ascolta un mondo diverso da quello di tutti i giorni: un mondo più alto,
più puro, più vicino alle stelle, nel quale si resta ben oltre la durata dell’EP.
Nato nel 1988 e proveniente da Desio (MB), Francesco ha cominciato a suonare il basso elettrico e a scrivere canzoni all’età di 17 anni e dall’età di 20 anni ha studiato il canto moderno con la professoressa Emanuela Gramaglia.
È diplomato in Contemporary Writing&Production presso il CPM Music Institute di Milano e laureato in Psicologia clinica e riabilitazione e in Fisioterapia.
Nella vita quotidiana congiunge le due passioni, guidando nella creazione di brani musicali (“songwriting”) gli adolescenti affetti da disagio psichico e aiutandoli attraverso la musica a guardare in alto, aldilà delle proprie paure…
… come fa anche il protagonista del quinto brano del disco, intitolato Il canto del cigno. All’improvviso il cigno scopre che le stelle non erano in acqua dove le vedeva riflesse, bensì nel cielo, e s’incammina sull’arida strada ascendente per raggiungerle mentre tutti intorno si preoccupano per lui, non essendo in grado di capirlo. Dicono: “Va incontro alla morte,/ vuole farla finita” perché “Non capivano che/ amavo troppo la vita,/ Per trascinarmi/ in quel dolore insensato…/ Io appartenevo/ a quell’infinito”.
Un momento di canto a cappella (che probabilmente vuole ricordare il canto del cigno) fa capire attraverso le parole che in realtà l’intera canzone è una spiegazione di tipo mitologico della nascita del Cigno come costellazione: “Se guardi in alto/ nelle notti serene,/ Liberando il tuo cuore/ da ciò che lo trattiene,/ Sopra l’Orsa Maggiore/ vedrai una costellazione:/ È quella del Cigno/ e questa è la sua canzone”.
Una simile trasformazione accade anche a colui che parla da dentro una pozzanghera nel terzo brano, intitolato appunto Riflessioni di pozzanghera, in cui molto evocativo è l’effetto sonoro utilizzato dall’autore per imitare una voce proveniente da sotto l’acqua. Il personaggio simbolico sta inizialmente “seduto su quel marciapiede,/ Con l’anima che sanguina,/ ma tanto, non si vede”, in una dantesca “Pozzanghera di neve/ ghiacciata di perché”, desiderando “Soltanto un po’ di sole/ per vedere dentro me”.
Poi, nella parte finale della canzone, il miracolo atteso si produce: “E stando lì seduto/ su quel marciapiede,/ Scivola nel sonno/ dalle stelle che ora vede./ Con l’anima che viaggia/ si cura le ferite,/ Almeno dentro il sogno/ le sue pene son finite”.
La traccia centrale, sia come posizione sul disco che per quanto riguarda le idee trasmesse dal testo, sembra essere Elogio della follia, brano meraviglioso nel quale con un’impressionante capacità di sintesi l’autore descrive il rapporto fra la cosiddetta follia e la cosiddetta normalità, presentando il
tutto nelle vesti di una canzoncina semplice e allegra, da fischiettare e da cantare insieme a un gruppo di amici.
Non è facile decidere quali frammenti del testo di Elogio della follia citare, poiché tutte le frasi sono ugualmente importanti e ognuna ha un significato proprio, da non trascurare… Ma è comunque doveroso evidenziare la parte in cui viene definita la realtà (“Sapresti dirmi cos’è la realtà/ Se non
l’imprevedibile realizzarsi/ D’infinitesimali probabilità,/ Con tempi e modi ogni volta diversi”) e quella finale, che si riferisce alla singolarità dell’individuo (“Voler essere uguali/ è la vera malattia,/Cancellando quell’unicità/ disegnata a mano dentro il DNA”).
I primi due brani presenti sull’EP sono – a differenza dei successivi tre – più calati nella realtà esterna, di attualità sociale, senza però prescindere dalla dimensione individuale. Il primo, dal suggestivo titolo Lampedusa, è uscito come singolo accompagnato da un videoclip e si propone di mantenere viva l’attenzione sul tema delle migrazioni e sul tragico destino di tante famiglie anche con bambini, che spesso perdono la vita nei naufragi.
Lampedusa è il racconto poetico in prima persona singolare della storia migratoria di un bambino già morto, in cui l’autore fa commuovere con frasi come quelle che formano il ritornello (“E ora dormo a Lampedusa/ abbracciato alla mia mamma,/ Coi polmoni pieni d’acqua,/ lei mi canta una ninna nanna”) e con la melodia dalle scale orientali, senza parole se non quelle della coscienza di chi ascolta, cantata da una voce femminile.
Anche nel testo di questa canzone sono presenti le stelle, alle quali il piccolo sogna prima che la sua vita sia travolta e fatta una con il mare e con la terra. “Ma se esiste un terzo mondo,/ forse è per via del primo”, fa notare con lucidità l’autore.
Il secondo brano, invece, s’intitola Se soltanto i muri potessero parlare ed è una canzone di rivolta sociale più generica, il cui titolo e testo probabilmente prendono spunto dalla cancellazione da parte di alcune autorità comunali delle scritte dal contenuto rivoluzionario (antifascista o altro) presenti
sui muri delle città. “Tu cancelli, io riscrivo/ Per tenere il mondo ancora vivo”, recita il ritornello, mentre ad un certo punto sentiamo il binomio antitetico “Muri puliti, coscienza sporca”, che forse in un certo senso riproduce a livello sociale la realtà psicologica dell’ipocrita “maschera” sotto la
quale molte persone nascondono le proprie ferite.
Interessante e pieno di verità il riferimento al lavoro come attività che spesso impedisce il pensiero libero e il porsi delle domande.
L’EP si conclude con La ballata del re seduto, canzone apparentemente scherzosa e registrata live in un bar (lo Scumm Bar). Si tratta di una favola cantata solo con l’accompagnamento ritmico di pochi accordi di chitarra (già, Francesco è anche un cantastorie), la cui morale è che “è meglio se impari a
pulirti da te” e che serve a poco il potere, “se tanto poi devi pulirti il sedere”.
Potrebbe essere un’allusione al Re Mida, ma anche a realtà sociali e politiche di data più recente.
Il genere musicale adottato è il pop rock e le sonorità strumentali sono varie: chitarra classica, chitarra elettrica, basso, batteria, tastiere, archi, rumoristica adatta agli argomenti dei testi… tutte quante assemblate in arrangiamenti equilibrati e al contempo sorprendenti e incalzanti.
È ancora da capire quale sia la fonte dei suoni: se veramente vengono prodotti da strumenti suonati da diverse persone, oppure sono stati realizzati per mezzo di programmi digitali creati dall’autore. Comunque sia, conta il risultato finale.
Perciò ascoltate Per aspera ad Astrea di Francesco Radice… e che la meraviglia abbia inizio! (Magda Vasilescu)