J.D. WOODBINE "Whicch witchh"
(2026 )
Vi ricordate “Goodnight Moon” degli Shivaree? Non solo la canzone, ma anche il videoclip, notturno, con quella malinconia puntellata di luci e riflessi lunari?
Quello è il mood che informa le canzoni di J. D. Woodbine, con la sua voce baritonale, il blues che ammicca al folk e al roots rock, tant'è che egli definisce le proprie canzoni “murder ballads”.
Nel fosco e nel losco vagano le canzoni dell'album “Whicch Witchh”, uscito per Trulletto Records. Il titolo della prima canzone mostra le coordinate occulte. In “Black Magic”, Woodbine ripete: “She's my black magic woman”, alludendo a una donna di colore “magica”, ma è chiaro che sia un gioco di parole che rimanda alla magia nera.
“Mirror Mirror” canta la formula inglese che Grimilde recita allo “specchio delle mie brame”. Tutto il disco è avvolto da questa aura maledetta. In “Snake's Eyes” J.D. canta con fatalismo: “Maybe you get lucky and tomorrow you'll be dead”, accompagnato dai fiati. In “Funeral Pyre”, la voce scava sulle note basse, come Cohen o come Waits.
Un elemento orrorifico per aracnofobici arriva con “Black Widow”, anche se probabilmente la definizione di vedova nera è rivolta a sé stesso. La titletrack, col suo incedere in 6/8, sembra una filastrocca gotica, e se non ci sono già abbastanza elementi che rimandano all'occulto, ecco “Bad Miracle”, colorata dall'organo Hammond.
“Oh Friend” racconta una drammatica storia di colpe: “I fell for a woman (…) Your children will hate me”, con incedere mesto (e sempre in 6/8), mentre “Shake” chiude l'album con un pulp rock dritto in 4/4.
“Whicch Witchh” viaggia così, in un preciso clima facilmente riconoscibile, tra chitarre con tremolo e desideri fatali: pensando in termini cinematografici, possiamo definirlo un disco “tarantiniano”. (Gilberto Ongaro)