GREEN EYES OF DARKNESS "Fire waves"
(2026 )
Pars destruens, pars costruens.
Ogni filosofia che si voglia definire tale, solitamente prevede una parte distruttiva che smonta i pensieri precedenti, e una parte costruttiva che invece propone e sostiene un'alternativa.
I Green Eyes Of Darkness sono un progetto di band, inizialmente concepito da Dragoş Grigorescu (chitarra, voce, arrangiamenti e testi) al quale poi si sono aggiunte Cătălin “Flamă” Scânteie (basso, regista dei video e autrice dell'artwork) e Georgiana Bogdana Stoian (voce). Accanto a loro, si affollano un vasto numero di musicisti: altri cantanti, batteristi, una flautista e persino un'organista (Alina Rotaru) all'organo a canne, quello da chiesa.
Il sound di base è metal, che oscilla tra doom, gotico e sinfonico. È chiaro che il progetto è pensato per essere seguito con attenzione, chiede di lasciarsi avvolgere. Questo perché i Green Eyes Of Darkness sono già attivi da molti anni, sebbene questo sia il loro disco d'esordio. Ne consegue che la scaletta sia folta di idee accumulate: tredici canzoni, alcune delle quali sono vere e proprie suite che durano tra i 7 e i 9 minuti, per un totale di 1 ora e 18 minuti di musica.
Il viaggio è lungo ma vario. Ferma restando la centralità dei riff pesanti, si alternano voci gutturali (in growl) e angeliche, e umori molto diversi tra loro, a volte anche nello stesso brano, come in “Dream Vision”, che passa dagli iniziali disperati accordi diminuiti, a momenti di illuminazione. Questo si riallaccia al cappello introduttivo.
Il concetto alla base del disco è il conflitto tra creazione e distruzione, e si sente. L'acqua può dare la vita come può far annegare. Il fuoco può dare calore come può bruciare. Questi elementi si vedono nella copertina, dove un cavallone oceanico sembra trasformarsi quasi in fiammata nella caduta.
“Die before the rise” è un mesto brano dove una voce oscura invoca la morte e il riff resta ossessivamente ancorato a un accordo solo, su ritmo lento che inizia a correre a sorpresa solo verso la fine: ma è un tentativo fallito di fuga, infatti poco dopo il brano torna alla lentezza di prima, per poi “arrendersi” finendo. Anche “Crackdown” presenta lo stesso andamento funesto.
Tutto il contrario il brano successivo: “Twilight” è una ballata in 6/8 che sembra folk metal, quasi da hobbit in festa. Il flauto evoca paesaggi da Terra di Mezzo e anche la tastiera suona i famosi “strings”, quei suoni da “orchestra di tastiera” che ricordano le musiche da fantasy. La stessa sensazione proviene dal breve strumentale “Ethereal”, ricco di suoni di tastiera che ricordano la saga di Fantaghirò.
Il racconto di “And Dark was the Sight of the Thinking Man” presenta una melodia a tratti celestiale. “Shelter of the Most High” è uno dei brani più trasformativi: parte con una sferzata doom, poi il chitarrista spegne la distorsione, per avviare un momento riflessivo.
L'organo di Rotaru arriva in “To Whom the Past Belongs”, a sancire il lato gotico del disco. Una chicca per i musicisti è il pezzo che conclude il disco: “Polyphonic Construction & Fugue in A Minor”. Si può ascoltare che il tema del brano passa di mano tra basso, chitarra e tastiere, e ci sono complesse fasi contrappuntistiche, mettendo da parte la distorsione.
“Fire Waves” è un disco che mostra la creatività, il virtuosismo e la ricchezza filosofica del pensiero dei Green Eyes of Darkness. (Gilberto Ongaro)