recensioni dischi
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GUAPPECARTO'  "D-segni"
   (2026 )

Impossibile da circoscrivere, confinandola a generi, sottogeneri, filoni, correnti o ciò che vi pare, la musica apolide e ondivaga del duo perugino Guappecartò – formato da Marco Sica (Mala) e Pierluigi D’Amore (Braga) - si insinua sorniona tra ricordi e suggestioni, comunicando per il tramite di un linguaggio meticcio che rinuncia alla parola, un afflato universale che scuote ed abbraccia, culla e coinvolge.

Ispirato alla/dalla musa Madeleine Fischer, attrice nota negli anni Cinquanta, mentore che nel lontano 2004 si innamorò di loro quasi per caso, “D-SEGNI” sviluppa in nove tracce strumentali, introdotte da un proemio recitativo affidato a Delphine Reginier, le tematiche esistenziali affrontate in “SEGNI”, misconosciuto scritto della stessa Fischer, donato a Marco Sica in quel medesimo anno memorabile.

Affiancata dal tastierista e produttore Stefano Piro e dal chitarrista Seb Martel, questa ammaliante coppia di talentuosi, incatalogabili, magnetici busker pennella quaranta minuti di riposta beatitudine che giocano con schegge di world music (“Memory two”, semplicemente soave) e di contemporanea (“Mon espoir”), flirtano con jazz e musica da film, impastano fughe tzigane e melanconia klezmer (“Memory six”), come sonorizzassero immagini inesistenti evocate da un’opera letteraria ignota ai più, in un pregevole numero di illusionismo elegante e colto, raffinato ed avvolgente, morbidamente misterioso.

Vivacizzato dalle partiture frizzanti del violino, accarezzato dalle frequenze profonde del basso, sorretto da percussioni garbate, mai focose, appena sfiorato da timide tentazioni elettroniche (“Requiem per Alieni”), contrappuntato da un inesauribile campionario di trucchi e magie, adagiato su un provvido, suadente connubio di antico e moderno (“Memory three”), l’album declina in tonalità minori il suo melodioso amarcord, in un trionfo di creatività che sfocia in un’arte preziosa ed indefinibile, racchiusa in un eden improbabile tra Nino Rota e Matt Howden.

Ed allo spegnersi dell’ultima, vibrante eco di “Infinito”, rimane ad aleggiare a mezzaria un senso di compiaciuta pacificazione, qualcosa di amabilmente inafferrabile, eppure persistente come un profumo inebriante: vorresti toccarlo, quel profumo, possederlo prima che si dissolva, ma devi lasciarlo andare, sperando un giorno di sentirlo ancora. (Manuel Maverna)