BELLBIRD "The call"
(2026 )
Con ''The Call'', pubblicato il 6 febbraio 2026 per Constellation Records, i Bellbird consolidano la propria identità come una delle formazioni più originali e pulsanti della scena jazz contemporanea.
Il quartetto di Montréal — composto da Allison Burik (sax alto, clarinetto basso), Claire Devlin (sax tenore), Eli Davidovici (basso) e Mili Hong (batteria) — si conferma capace di intrecciare energia, ricerca timbrica e una scrittura collettiva che trascende i confini del genere.
La forza di ''The Call'' risiede nella sua natura eminentemente cooperativa: il disco nasce da sessioni di improvvisazione, giochi musicali e input poetici condivisi dal gruppo, un approccio che rispecchia l'intento della band di funzionare come un vero organismo collettivo.
Le composizioni non sono semplici strutture da interpretare, ma ecosistemi sonori che evolvono in tempo reale. La scelta del nome stesso — ispirato alla white bellbird, celebre per la potenza del suo richiamo — diventa una dichiarazione estetica: questa musica è un atto comunicativo, diretto e naturale, un richiamo che si propaga tra gli strumenti con intensità quasi ferale.
L’apertura con ''Firefly Pharology'' impone immediatamente la direzione: un impeto quasi punk, costruito su un doppio attacco di sassofoni che sembra voler reinventare il concetto stesso di front line jazz. Qui i Bellbird mostrano la loro capacità di unire energia rock e libertà improvvisativa senza rinunciare alla precisione espressiva.
''Murmuration'' gioca invece sul disequilibrio, con una batteria che crea un ondeggiare volutamente instabile e obbliga i fiati a reagire, quasi fossero uccelli coinvolti in uno stormo che muta direzione a ogni impulso.
I momenti più contemplativi — come ''Soft Animal'' o il più astratto ''Blowing On Embers'' — mostrano l’altra faccia del gruppo: un minimalismo teso, rarefatto, costruito su micro-gesti sonori che si espandono con lentezza, come braci che aspettano di riaccendersi.
Il cuore concettuale dell’album emerge nella title track ''The Call'': qui il richiamo reale della white bellbird viene analizzato e rielaborato, diventando materiale musicale e simbolico. Il risultato è un brano ruvido, quasi ostinato, in cui il sax tenore cerca di emergere dalla materia scura creata da basso e batteria.
Il disco si chiude con ''Mourning Dove'', un brano che vibra di un calore estivo e un’energia quasi sgangherata: i fiati sembrano progressivamente perdere lucidità mentre la batteria procede per accumulo, fino a un finale che implode più che concludere.
Ciò che colpisce di più, ascolto dopo ascolto, è la capacità dei Bellbird di mutare pelle continuamente: i brani iniziano in un territorio e ne raggiungono un altro senza forzature, come se la musica avesse un proprio metabolismo interno. ''The Call'' è un disco che non vive di temi da ricordare, ma di traiettorie, di tensioni, di metamorfosi.
Le influenze dichiarate — jazz sperimentale, rock, folk ed elettronica — non sono mai estetizzate, ma integrate in modo organico nella trama sonora. ''The Call'' è quindi un album che cattura per intensità, originalità e coesione. Non cerca compromessi né si adagia in categorie predefinite.
È un lavoro, questo, che richiede ascolto attivo, che premia la curiosità, e che riflette un modo di fare musica profondamente contemporaneo, in cui la collettività è la vera protagonista.
Un disco che non si limita a "chiamare" l’ascoltatore: lo invita a entrare, a perdersi e a ritrovarsi dentro un paesaggio sonoro vivo, mutevole e assolutamente personale. (Andrea Rossi)