recensioni dischi
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STEVE HACKETT & DJABE  "Freja arctic jam"
   (2026 )

Sono praticamente 15 anni che la collaborazione tra i Djabe e Steve Hackett va avanti. “Freja artic Jam” č di fatto l’ennesimo capitolo che riunisce l’ex chitarrista dei Genesis con la band ungherese.

Gli artisti in questione non hanno bisogno di grandi presentazioni. Il gruppo prende il nome dalla traduzione della parola stessa dalla lingua degli Akan, e vuol dire libertŕ. La formazione per questo disco vede Péter Kaszás voce e batteria, Tamás Barabás voce, chitarra, basso, program-synth e tabla (percussione indiana), Zoltán Bubenyák tastiere, Áron Koós-Hutás flicorno e tromba e Attila Égerházi percussioni e chitarra.

Per quanto riguarda Hackett, basti pensare ai Genesis quando ancora facevano progressive e non a “Invisible Touch”. In questo album, oltre alla chitarra suona anche l’armonica. Quest’opera si infila in una serie di stili che vanno dalla World Music al Jazz, passando per il Prog e il Rock.

Tutto questo ben di Dio ha portato alla stesura di sette tracce molto interessanti, nate da un periodo di permanenza dei musicisti in Norvegia. Da qui infatti il titolo del disco “Freja Arctic Jam”, dove “Freja” sta per la divinitŕ normanna, dea dell’amore e di altre cose.

I pezzi in questione vogliono quindi rispecchiare le sensazioni e le immagini che hanno ispirato l’opera: tutti abbastanza ritmati, ma con armonie che lasciano spazio all’immaginazione sia visiva che musicale.

Tanti momenti all’unisono, tipici della Jazz World Music (Pat Metheny Group insegna... o purtroppo insegnava), dove Steve Hackett sovrappone la sua chitarra prima al piano, poi alle tastiere e cosě via.

L’album non ha assolutamente un’impronta tecnologica: poco o quasi niente uso di effetti, un po’ di suoni vintage, per lo piů moog o roba simile. Opera di facile ascolto ma che lascia agli amanti dei virtuosismi diversi ottimi momenti di elevata tecnicitŕ e bravura. Un brano su tutti č “The Lost Ship”. (Andrea Allegra)