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JOSEPH MARTONE  "Endeavours"
   (2026 )

Con ''Endeavours'', Joseph Martone firma un disco che sembra nascere dal confine sottile tra memoria e sopravvivenza emotiva: un lavoro che non si limita a proseguire il sentiero tracciato da ''Honey Birds'', ma lo approfondisce, lo scava, gli dà spazio e silenzio. Martone stesso descrive questo progetto come un’evoluzione non lineare, un ritorno nei luoghi interiori dopo aver attraversato il buio del precedente album, per capire cosa resta quando le fratture non si ricompongono ma diventano paesaggio.

Il risultato è un disco meno immediato ma più stratificato, un’opera che chiede ascolto lento e restituisce profondità. L’impronta cinematografica è netta: canzoni che funzionano come inquadrature, campi lunghi emotivi, ombre e luci che si inseguono senza conflitto. Questa qualità visiva e narrativa si ritrova anche nella scrittura: ''Endeavours'' è attraversato da ritorni, strappi, radici che non smettono di richiamare a sé.

La dimensione italo‑americana non è un semplice colore esotico: Martone fonde in modo naturale l’immaginario morriconiano, il blues, l’Americana vissuta nella sua adolescenza newyorkese e le melodie figlie della sua eredità campana. È una fusione che non cerca forzature: due mondi che coesistono come parti della stessa biografia sonora.

Registrato tra Napoli, Ravenna e il Québec, il disco respira grazie al lavoro con Taylor Kirk (dei Timber Timbre) e Mike Dubue, che ne ampliano le dinamiche e la profondità con arrangiamenti raffinati, ambienti sonori dilatati e un approccio libero, non programmato. Ogni luogo lascia un’impronta riconoscibile, contribuendo a un’atmosfera sospesa, ruvida e cinematografica.

La presenza di musicisti come Fabio Rondanini e Francesco Giampaoli rafforza ulteriormente il carattere del progetto. Se le prime impressioni evidenziano riferimenti a Tom Waits, Nick Cave, Leonard Cohen o Morricone, ''Endeavours'' riesce tuttavia a non restare imprigionato da questi paragoni ingombranti. L’album si rivela un “grower”: più lo si ascolta, più emergono la solidità della scrittura, la forza delle melodie e un’identità che si emancipa dalle sue stesse influenze.

Brani come “Lying Low”, “Time Is a Healer” o “Saint Marie” mostrano una scrittura matura, intima ma mai indulgente, mentre la title track porta con sé un respiro orchestrale delicato, quasi sospeso. Alcune tracce richiamano addirittura atmosfere alla Cohen o Paolo Conte, ma sempre filtrate da un tocco personale che rende Martone riconoscibile.

Uno dei tratti più affascinanti dell’album è la sua capacità di evocare l’immaginario del western, non quello epico e violento, ma uno più umano, fragile, fatto di orizzonti interiori e passi lenti. Un viaggio senza frontiere da conquistare, ma con un territorio emotivo da attraversare. In questo senso, la presenza delle voci femminili – fra cui Marianna D’Ama – dona ulteriore delicatezza e profondità al racconto.

''Endeavours'' è un disco che vive di ombre e chiarori, di ritorni e partenze, di ferite che diventano geografia personale. Non è un album da consumo rapido: pretende lentezza, richiede abbandono, chiede di essere ascoltato più volte finché non si apre davvero. Ed è proprio lì, in quella soglia sottile tra fragilità e resistenza, che Joseph Martone trova la sua voce più autentica.

Un album da scoprire senza fretta, capace di lasciare un solco emotivo che dura. (Andrea Rossi)