CHIARA RAGGI "Zénta"
(2026 )
La tradizione musicale romagnola, con le melodie e le armonie diventate famose in tutto il mondo, si riflette nel lavoro di ogni singolo artista cresciuto umanamente e musicalmente in quella parte dell’Italia. Basta ricordare Laura Pausini o Samuele Bersani…
In tale contesto culturale si è formata la cantautrice Chiara Raggi, diplomata in Chitarra Classica presso il Conservatorio “G. Lettimi” di Rimini, redattrice e conduttrice della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana (RSI), nonché fondatrice dell’etichetta discografica Musica di Seta.
Soavi come la seta sono anche le sonorità delle sue composizioni, raccolte in sei album precedenti al 2026: “Molo 22” (2009), “Disordine” (2015), “Blua Horizonto” (2019), “La Natura e la Pazienza” (2020), “Nuda” (2023), “In punta di corde” (2023).
Chiara Raggi è innanzi tutto una personalità solare, la cui solarità è stimolo ed effetto di una vita sociale autenticamente piena e felice: gli amici, i collaboratori, la vicinanza del compagno e la figlia appena nata lo scorso anno, per non parlare della base di partenza salda e sicura costituita dalla famiglia d’origine (che orgogliosamente l’artista chiama “i Raggi”), tutto ciò pone in evidenza la parte più bella della sua anima, facendola splendere.
È dunque un’esigenza naturale quella di ringraziare tutte queste persone per lei preziose, dedicando loro il presente album: “Zénta”, che in dialetto santarcangiolese (il dialetto paterno) significa, appunto, “Gente”. Anche la copertina con progetto grafico di Francesco Mussoni ritrae solo metà del volto di Chiara, lasciando spazio a tante fotografie della “zénta” che le è accanto nella vita artistica e personale.
Il disco è uscito il 15 gennaio 2026 per Musica di Seta, dopo essere stato a lungo elaborato durante il 2025, di pari passo con l’esperienza dei primi mesi di maternità. Quando si diventa madri, la natura riattiva i meccanismi biochimici di quando noi stesse eravamo bambine, facendoci in qualche modo rivivere quel periodo beato della vita… Forse per questo motivo “Zénta” è come una rinascita emotiva dell’autrice e – attraverso la musica e le parole – anche di noi ascoltatori.
Sette anni dopo l’esperienza del “Blua Horizonto”, in cui per mezzo della lingua Esperanto l’artista si apriva verso l’orizzonte tendente all’omogeneità del mondo globalizzato, “Zénta” rappresenta un ritorno “a casa”, alla gioia infantile, alle proprie radici. I testi dei nove brani sono scritti in dialetto
santarcangiolese, a quattro mani con la poetessa Annalisa Teodorani la cui voce recitante accompagna in alcune canzoni il timbro audace e celestiale del canto della Raggi, aggiungendone un più di concretezza.
Il santarcangiolese – vernacolo romagnolo sviluppatosi nel paese di Santarcangelo di Romagna – è interessante e piacevole da ascoltare, anche grazie ad alcuni particolari dittonghi che lo rendono unico tra i dialetti romagnoli. Lo si può ritrovare nelle poesie di Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Gianni Fucci, Nino Pedretti, Annalisa Teodorani stessa...
Anche se all’inizio può sembrare un dialetto difficilmente comprensibile da parte di chi ne è digiuno, in seguito ad ascolti attenti e ripetuti e col supporto di alcune sommarie spiegazioni in italiano del senso globale dei testi, poco a poco si fa luce anche sul significato delle singole parole.
Le idee poetiche richiamano alla mente dei concetti astratti resi accessibili attraverso simboli e allegorie. Molti dei testi gravitano intorno al “lasciarsi andare”: “Làsa andè” è il titolo del secondo brano, ma l’espressione si ritrova in almeno altri due luoghi dell’album, sentendosi chiaramente nelle successive due canzoni… “Aria da nòiva” e “Dò t ci?”.
“Aria da nòiva” fa tornare nei ricordi l’entusiasmo con cui da bambini si accoglieva la neve. Non solo le parole, ma anche l’impostazione musicale fiabesca creata da Chiara Raggi e dal produttore artistico Gianluca Morelli fanno quasi sentire nelle narici la freschezza e la purezza degli inverni innevati. La fisarmonica di Stefano Zambardino e il ritmo simile a quello del valzer aggiungono una nota di autenticità e di colore locale all’insieme di chitarre, strumenti elettronici e cori.
Sembra che la neve affascini tanto la cantautrice, che in qualche modo vi trova un rispecchiamento di sé stessa. Nel 2025, tramite i canali social, l’artista ha fatto sapere al suo pubblico che l’album sarebbe uscito quando ci sarebbe stata la neve… e infatti, proprio nel giorno in cui ne è stata annunciata la pubblicazione, in Romagna è nevicato abbondantemente.
In “Dò t ci?”, invece, si prova a lasciarsi andare all’idea dell’inevitabile fine della vita, cercando di capirne con più consapevolezza il significato profondo e quasi scoprendo una fluida continuità fra ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte. La melodia del ritornello, se ci si fa caso, è molto somigliante a quella solo strumentale che apre l’album (intitolata “Antrèda”), il che fa pensare all’importanza attribuita a “Dò t ci?” nel complesso dei nove brani.
Strumenti musicali particolari rendono l’atmosfera del brano ancor più ineffabile: chitarra resofonica, chitarra acustica e mandolino, tutti suonati nella registrazione da Massimo Marches. Alle chitarre si sentono echi che ricordano band irlandesi come gli U2 o The Cranberries, probabilmente per via delle caratteristiche nord-europee dello stile musicale di Gianluca Morelli. Oltre al progetto “Zénta”, l’attività artistica di Morelli lo vede anche come parte importante dei gruppi riminesi LandLord e Collettivo Frontera.
L’album continua con altri tre brani, in cui la chitarra di Chiara Raggi e le tastiere suonate da Enrico Giannini fanno da sottofondo poetico per le storie allegoriche raccontate dalle voci: “La matìria” ci parla della follia creativa, il mare come saggio amico e confidente è presente in “Mèr amóigh”, mentre nel brano “Ta t’arcórd” si fanno sentire i ricordi di un tempo ormai tramontato, che attraverso la musica e la poesia diventano – come detto dalla stessa Chiara Raggi – un “mormorio dell’anima che cerca le proprie radici”.
Da notare, in “Ta t’arcórd”, il pianoforte che sotto le dita di Enrico Giannini ci fa immergere in un’atmosfera d’altri tempi… Chissà se il titolo “Ta t’arcórd” vuole anche richiamare alla memoria “Amarcord”, il film diretto da Federico Fellini…?
Una canzone davvero particolare è “Vòula”, che conclude l’album e che c’invita a volare via dalla gabbia delle parole che limitano la libertà. Qui la voce espressiva di Annalisa Teodorani fa la parte di colei che proibisce e che mette a tacere (forse proprio il contrario di come la poetessa è nella realtà), mentre il canto serafico della Raggi si fa sogno e volo verso il compimento del proprio destino.
L’esperienza di ascolto in “Vòula” è impreziosita da presenze artistiche speciali: si tratta della voce del cantautore Daniele Maggioli e delle percussioni dal sapore tribale della Banda 21 Rulli diretta da Marco “Kino” Capelli, gruppo musicale inclusivo formato da giovani con differenti abilità.
Ma questo non è tutto: fra i nove brani c’è anche una graziosa e appassionata “Ninanàna per una burdèla”, brano dedicato – come, d’altronde, l’intero album – alla bambina di Chiara Raggi.
“Dopotutto”, confessa la cantautrice, “la composizione di queste canzoni e la loro lavorazione è coincisa con la nascita e il primo anno di mia figlia, cui l’album è dedicato. Non c’è un momento più sconquassante, di rottura e, allo stesso tempo, di potenza che questo per me: mettere al mondo
una vita e farle spazio; qualcuno diverso da sé mette in discussione tutte le certezze e incammina sulla costruzione di nuove consapevolezze”.
In effetti, la musica e le parole della “ninanàna” trasmettono appieno questa sensazione di potente rottura. Il passaggio da tonalità minore a tonalità maggiore tra strofa e ritornello va a braccetto con il testo poetico: le strofe descrivono l’attesa della nascita come uno stato di pensierosa immobilità, mentre nel ritornello tutto sboccia e si anima, come in una giostra e come l’arrivo della primavera.
Buona attesa della primavera, con “Zénta” di Chiara Raggi! (Magda Vasilescu)