recensioni dischi
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SICK TAMBURO  "Dementia"
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In fondo - in un modo tutto suo, viscerale e passionale, diretto e urgente, spesso oscuro, eppure così scopertamente franco - Gian Maria Accusani è un sentimentale.

Conosce bene il mestiere di scrivere canzoni, lo fa da trent’anni con firma riconoscibile, marchio di fabbrica e garanzia. Non ricordo un suo disco brutto, né con i Prozac+, né con i Sick Tamburo, forse perché ha sempre osato e dosato, sputando parole amare, disprezzo, burla, schietto risentimento, iniettando veleno o fatalismo nei tre minuti del prossimo pezzo, che tratterà indifferentemente di perdizione o di redenzione, di paure o di esaltazione, e che sarà la consueta seduta di autoanalisi in linguaggio asciutto, sincero, efficace, sparato in faccia senza fronzoli o mezzi termini.

“Dementia”, su etichetta La Tempesta Dischi, è l’ottavo capitolo della saga, all’insegna del copione abituale: la dura realtà, mai niente di più. Eppure, come consuetudine, in questi dieci nuovi pezzi c’è molta anima, insieme ad altrettante incertezze, preoccupazioni, nubi persistenti, futuro buio (il dramma bellico, così attuale, di “Ho perso i sogni”), riflessioni taglienti sull’inevitabile, nessuna scorciatoia o mezze misure, neanche quando sembra giocare coi fasti passati nell’imperiosa “Sangue e libertà” o ricrea le atmosfere psicotiche de “Il mio cane con tre zampe” nell’ingorgo convulso di “Fuori”.

E’ un disco triste e pensieroso, sia quando picchia nella micidiale accoppiata d’apertura à la Prozac+ di “Mi gira sempre la testa” e “Silvia corre ancora”, sia quando accarezza abbassando i giri e smussando gli spigoli nel mid-tempo pigro di “Non c’è pace”, o addolcendo la pillola nel passo anni Sessanta, con ampio inciso orchestrale, di “Mexican”, o ancora caracollando in punta di synth nell’aria opprimente, esitante e trattenuta, di “Chiudi quella porta”.

E’ un disco la cui scoperta afflizione raggiunge l’apice nella toccante poetica sui generis di “Immagina se”, vertice assoluto dell’album e vibrante spaccato di desolato realismo per chitarra arpeggiata, violoncello e ritornello ingannevole, messaggio in bottiglia carico di un dolore visto e vissuto, o soltanto temuto, atteso, rimandato, temporaneamente celato alla vista. Quella stessa melanconica sofferenza nascosta ad arte tra le pieghe della title-track, sei minuti e mezzo di melodia e rumori, echi e vocalizzi in loop, messa lì in chiusura – slegata, quasi un corpo estraneo - a suggellare un lavoro lontano da clamori e luci, consesso di demoni quotidiani che sgranano il loro rosario pagano di ordinario malessere e umanissima confusione.

Al solito, prendere o lasciare, con un sorriso beffardo a ricordare che mai saranno rose e fiori, ma che forse qualcuno – in fondo, molto in fondo, in un modo tutto suo – potrebbe scegliere di volerti bene davvero, fosse anche solamente da qui a domani. (Manuel Maverna)