CRAIG DAVID "Born to do it: 25th anniversary edition"
(2026 )
Certe notti (duole iniziare citando il Liga ma a volte è necessario) di inizio Duemila avevano il suono secco del 2-step e l’odore dei CD appena scartati. Sempre se sapevi come farlo e non ti fermavi imprecando di fronte alle prime difficoltà.
''Born To Do It'' arrivò così, senza chiedere permesso, con la faccia pulita di un ragazzo di Southampton e un suono preciso e netto che sembrava arrivare dai vicoli di Londra sud ma guardava dritto oltre l’Atlantico.
Venticinque anni dopo, con tanta fuffa passata sotto i ponti, certi risultati spiccano, ed ecco che questa 25th Anniversary Edition rimette in circolo un disco che non è stato solo un debutto di successo: è stato un piccolo terremoto, anche se garbato e non urlato, insomma un terremoto gentile.
Visto che è di moda rimasterizzare e celebrare il passato, visto che i prodotti attuali stentano a farsi digerire, facciamo un altro viaggio a ritroso nel tempo grazie a questa capsula musicale.
Nel 2000 la Gran Bretagna stava ancora metabolizzando la sbornia britpop. Craig David entrò in scena con un’altra grammatica: basso elastico, battito spezzato, melodie R&B che non scimmiottavano l’America ma la filtravano con accento very british e relativo understatement.
Una ricetta vincente. Ossia poche cose al posto giusto, tensione adolescenziale e ritmo che pulsa sotto pelle e fa vibrare le casse e le orecchie e i cuori. A qualcuno anche oggi parrà una scrittura semplice e furba, che sembra nata su un quaderno di scuola, ma funziona come un classico Motown passato per un garage di Croydon.
Insomma, riascoltato oggi, il disco conserva una freschezza quasi imbarazzante. Merito della produzione di Mark Hill (Artful Dodger), asciutta e visionaria quanto basta. Niente fronzoli, niente orchestrazioni da classifica globale che oggi andrebbero di moda ma avrebbero il fiato corto: solo beat che respirano e una voce che sa stare tra il falsetto timido e la sicurezza di chi ha capito di avere in mano qualcosa di speciale. Il fidanzato perfetto per vostra figlia, almeno sulla carta.
Questa edizione celebrativa aggiunge materiale per i cultori: il remix di ''7 Days'' firmato DJ Premier, con un taglio più ruvido e hip hop, cambia prospettiva al brano; i remix di Artful Dodger e Sunship riportano tutto nel cuore dei club britannici di fine millennio; le tracce della versione americana allargano il quadro di un disco che, già allora, aveva passaporto internazionale quando ancora questo aggettivo aveva un senso e non era, come oggi, suddito della globalizzazione finanziaria che ha appiattito anche la musica, poveri noi.
Ma la verità è che non servivano bonus per ricordarci perché ''Born To Do It'' è diventato sei volte platino e un riferimento per l’R&B inglese. È un album sereno e sincero, indipendente nel senso piu nobile del termine e per questo degno di rispetto e di un otto pieno nella mia personalissima classifica di voti.
Un disco nato lontano dalle major, cresciuto tra sogni da cameretta e notti in studio, che ha trovato il modo di parlare a milioni di persone senza perdere la sua dimensione domestica. Una perla rara insomma. (Lorenzo Morandotti)