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GENESIS  "A trick of the tail (50th anniversary remastered edition)"
   (2026 )

Me lo ascoltavo di solito in cuffia alle sei del mattino, nel buio del salotto a fine estate, quando ancora tutti dormivano in casa, animali compresi, e fuori il mondo si risvegliava.

E chi se ne frega, direte. Eppure sì, la madeleine proustiana funziona eccome e fa effetto, e non solo effetto nostalgia, oggi riascoltare nella ristampa per il mezzo secolo tondo su vinile a 180 grammi questo che, a ben vedere, può essere considerato uno dei capolavori senza se e ma del prog e degli stessi Genesis.

Registrato a fine '75 e pubblicato nel 1976, giusto a febbraio di mezzo secolo fa, ''A Trick of the Tail'' rappresenta uno dei passaggi più delicati nella storia del rock progressivo: la transizione dei Genesis dall’era immaginifica e poetica, ma anche impegnativa e tutta in salita, del geniale Gabriel a quella più pop e piaciona di Collins.

Cose risapute, come si sa anche lo sforzo titanico, e non solo psicologico ma anche finanziario, perché il gruppo tenesse duro e non si dissolvesse come poi il tempo, purtroppo, ci ha abituato a vedere.

Dopo questo disco, per fortuna o purtroppo a seconda dei punti di vista, arriverà tutt'altro, rappresentato da "Duke" del 1980, con un capolavoro mai sentito peraltro dal vivo (chi ne ha una incisione me la mandi) come "Heataze".

Qui siamo però a una muraglia, robusta e ammaliante, di armonie e suoni che oggi sarebbe irripetibile, e va detto, ancora una volta purtroppo, per fortuna ci sono molte abili cover band che tengono alto il vessillo di questa musica senza tempo e senza genere, che esalta e emoziona, anche con la sua ruvida (apparente però) ingenuità, dietro la quale peraltro c'è un lavoro certosino di messa a punto artigianale e sartoriale che oggi sarebbe impensabile.

Per chi non sapesse di che si parla, ecco un rapido bignami riassuntivo. Dal punto di vista compositivo, l’album mantiene la complessità strutturale del progressive classico ma con una maggiore compattezza melodica. Si veniva peraltro dalla sbornia del doppio album precedente, "The lamb lies down on Broadway".

“Dance on a Volcano” alterna tempi irregolari e sezioni dinamiche con una sicurezza sorprendente, mentre “Entangled” dimostra una raffinatezza armonica notevole, grazie all’interplay tra chitarre acustiche e crescendo di sintetizzatori. Un pezzo ancora oggi che esalta e fa accapponare la pelle e che va ascoltato con un impianto adeguato come ripeto sempre.

Da non mancare l'accoppiata delle cavalcate sonore di "Man mad moon" e “Ripples”, che evidenziano una scrittura più accessibile ma non meno sofisticata: modulazioni eleganti, arrangiamenti stratificati e un uso misurato delle tastiere di Tony Banks che, tra Barocco e Chopin, si conferma uno dei pilastri del gruppo, a maggior ragione dopo l'uscita di Gabriel.

La title track, che personalmente considero uno dei brani meno riusciti anche se fu legato a uno dei primi videoclip dela storia, unisce narrazione fantastica e struttura relativamente lineare, segnando un equilibrio tra ambizione prog e futura sensibilità pop che darà poi milioni al canto del cigno dei Genesis.

“Los Endos”, infine, è la classica suite strumentale che riprende temi precedenti, come avverrà peraltro sul finire di "Duke" (dove pure ci mise lo zampino il produttore David Hentschel), chiudendo l’album con grande architettonica coerenza ciclica e grande impatto emotivo.

Io me lo ascolto in versione Sacd del 2007, fiero dell'acquisto anche perché oggi le quotazioni del cofanetto relativo a quegli anni irripetibili e irrinunciabili hanno raggiunto vette stellari online e non solo. L’ascolto in alta definizione mette in luce la precisione esecutiva e l’equilibrio produttivo raggiunto ai Trident Studios.

A mezzo secolo dalla sua uscita, ''A Trick of the Tail'' si conferma non solo come un brillante capitolo di transizione, ma come uno degli album più equilibrati e riusciti dell’intero catalogo dei Genesis. Punto. E chi non è d'accordo se la vedrà con i miei Squonk.

Voto 10 e lode. (Lorenzo Morandotti)