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CHECCO CURCI  "L'amore non ha cuore"
   (2026 )

L'album fagiolo di Checco Curci (mia traduzione maccheronica di “sophomore”, che in inglese si usa per il secondo disco) è un'esplorazione realistica del sentimento più noto tra i poeti, l'amore, accompagnato da arrangiamenti musicali molto interessanti e poco prevedibili.

Uscito per Dischi Uappissimi, “L'amore non ha cuore” contiene otto canzoni ma sembrano molte di più, tanta è la densità e la stratificazione delle fasi musicali che circondano le parole di Curci, che è cantautore ma anche pianista e violoncellista, e nel disco oltre a questi suona anche organo, synth e chitarra.

Assieme a lui troviamo diversi musicisti a batteria, basso, percussioni, flauto, sax contralto e baritono, violino e programmazioni. Una ricca palette di suoni che permette a Curci di ottenere un suono diciamo “sperimentale”, poco usuale tra i cantautori.

“Cosa mi ero messo in testa” avvia l'album e subito mostra questa attenzione al suono: le strofe suonano “chiuse”, ovattate in fase di produzione, giocando tra suoni e rumori, aprendosi poi nei ritornelli e facendo cambiare timbro anche alla voce. Il pianoforte viene anche preparato in più brani, reso cristallino, facendo somigliare il suo timbro a quello di altri strumenti.

Le parole, dicevo, indagano nei sentimenti in maniera realistica e non idealizzata, fin dal suddetto brano: “Non ti allarmare se ti sto a un millimetro. Spegni i rumori, e fumami a pieni polmoni, come fossi l'ultima di una vita di rinunce e sobrietà. Se ci sfioriamo, sento il rombo del vulcano (…) Che cretino, mi ero messo in testa di invitarti alla mia festa, io che non festeggio quasi mai”.

Solo leggendo il titolo “Stupido cavallo”, ho indovinato a quale trauma cinematografico si riferisse Curci: quello di Artax che si lascia abbandonare alla tristezza, tradotta visivamente in crudeli sabbie mobili ne “La storia infinita”. Il cavallo è il pretesto per affrontare il “grumo di dolore” che trova forma nella canzone, e in una breve fase strumentale spicca la fantasia impazzita del flauto.

La titletrack mostra l'amore nella sua spietatezza, come una presenza a cui non si riesce a sfuggire: “Ma l'amore come sempre si autoinvita senza tanti complimenti. Riconosco il suono dei suoi passi nelle scale, quella calma strafottente di chi è certo di arrivare (…) mi sorprende nello specchio, mi afferra dai capelli e mi sbatte contro il muro, prova almeno tu, almeno tu a difenderti”. Non so se chiamarlo amore quest'ultimo, forse è più mancanza di autocontrollo. Ma Curci parla di tutti gli impulsi reali, senza filtri.

Se si sono fatti degli errori, o si è stati bene, in ogni caso “Non si torna indietro”. Questa canzone sembra la conseguenza della precedente: “Non si torna all'alba di questa mattanza, quando il cielo era azzurro come l'ignoranza. Non si può tornare all'istante prima”.

Eppure, più avanti in scaletta, un certo salto nel passato lo si fa, tornando alla casa dei genitori, in “Decide sempre il cielo”, brano dalle parole particolarmente coinvolgenti e in cui ci si può riconoscere: “Ritornare dai tuoi per un paio di settimane, può servirti a capire cos'è cambiato e cosa è sempre uguale. Annusare gli armadi che son stati la tua casa, sarà come ubriacarti con un sorso di aranciata”.

Ma anche qui non si torna indietro, e si chiede di accettare che le cose siano andate come dovevano: “Non volevi che andasse così ma non è stato un incidente. Domandarsi perché proprio a me non è da te e non serve a niente”. Tra queste parole, il pianoforte si fa notare con note rapidissime che sembrano diventare liquide.

L'intimità e l'introspezione sono centrali anche in “Tra te e te” e in “Detto tra noi”, direzionate sempre verso l'accettazione: “Quello che sai di te non riesci a dirtelo pur di non deluderti, non di certo per pietà di te (…) quando tornerai da te, ai piedi del tuo sguardo, forse ti convincerai, tra te e te ti ringrazierai”.

La seconda chiude l'album con un dettaglio materico, una macchia sul tavolo trattenuta dal legno, per concludere con una riflessione sul sentimento vissuto in coppia: “Sei contenta di noi, della fiamma che sai trasportare? Della luce che ancora diffondi nei cunicoli dei miei pensieri profondi? (…) Non dire niente, detto tra noi. Meglio, sì, meglio di niente, meglio così”.

Gli amori imperfetti diventano leggendari perché realistici, perché possibili, e così Curci trae ispirazione dal legame tra Leonard Cohen e Marianne Ihlen per “Un'idea di libertà”, che inizia così: “Per me non cambia niente, puoi dormire dove vuoi, basta che tu sia presente quando mi innamorerò”... Ma cosa vuoi che faccia la parafrasi!

Checco Curci riporta la canzone d'autore italiana al livello di sincerità e schiettezza dei tempi di Sergio Endrigo, arricchita da una sperimentazione musicale contemporanea. (Gilberto Ongaro)