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NOIRNOISE  "Plant resilience"
   (2026 )

Con ''Plant Resilience'', i Noirnoise firmano un debutto che sembra nascere da una tensione costante tra forza bruta ed evocazione poetica.

La band, proveniente dal Nord Italia, costruisce un universo sonoro che affonda le radici nel Noise Rock più ruvido, ma che non rinuncia a un’anima profondamente atmosferica, nutrita da influenze che spaziano dal post‑punk al grunge e alla dark wave.

Il risultato è un album che non si limita a replicare modelli noti: li metabolizza, li distorce e li restituisce con una personalità ben definita.

Sin dai primi istanti ''Uncle Arthur'' apre un varco in un territorio abrasivo e stratificato, dove le chitarre di Max Mussetti fendono lo spazio con un suono tagliente ma controllato. La sezione ritmica formata da Roby Albertini (batteria) e Marco Godino (basso) imposta una pulsazione densa e instabile, capace di alternare impeto e sospensione con grande naturalezza.

Su questo terreno, la voce di Mauro Lupano non si limita a guidare: abita gli interstizi, graffia, sussurra, si spezza quando serve. Brani come ''Morphine'' e ''A Mouse'' confermano la tendenza del disco a muoversi con dinamiche fluide, ora esplosive ora trattenute, sempre con una cura particolare per il dettaglio timbrico.

La band mostra una padronanza matura della sottrazione, lasciando che siano le scelte di spazio e densità sonora a costruire la tensione narrativa. Con ''In Una Manciata di Secondi'', il disco raggiunge uno dei suoi momenti più evocativi: un brano sospeso, quasi filmico, che tratteggia una malinconia sottopelle senza mai scadere nel melodrammatico.

L’album si carica di intensità emotiva quando affronta i due brani ispirati liberamente a Dylan Thomas, ovvero ''Do Not Go Gentle'' e ''And Death Shall Have No Dominion''. Qui i Noirnoise elaborano la materia poetica trasformandola in un viaggio sonoro oscuro, vibrante e profondamente rispettoso dello spirito originario senza esserne una semplice trasposizione.

La seconda metà dell’album consolida l’identità del progetto: ''Riot'' rompe gli equilibri con energia aspra, ''Wounded Skin'' esplora territori più introspettivi e chiaroscurali, mentre ''Starsailors'' e ''This Is What You Want'' dimostrano la capacità della band di alternare strutture lineari a improvvisi strappi emotivi.

La chiusura con ''Most of the Rest'' suona come una dissolvenza lenta, un cerchio che non si chiude del tutto, lasciando un senso di apertura irrisolta ma affascinante.

È impossibile non citare la cura produttiva: registrato e mixato presso lo Studio Eremo Sonoro e masterizzato da Giuseppe “Buzz” Nicolò, l’album brilla per equilibrio e profondità, mantenendo sempre un’impronta ruvida e organica che valorizza il carattere della band.

La copertina di Flavio Domenico Porrati aggiunge un ulteriore livello simbolico, richiamando l’immaginario oscuro e psichedelico che attraversa l’intero lavoro.

Nel complesso, ''Plant Resilience'' è un debutto solido, ricco di idee e perfettamente consapevole delle proprie radici. Un disco che non teme di sporcarsi le mani, che mescola l’istinto con la riflessione e che invita l’ascoltatore a tornare più volte per coglierne tutte le sfumature.

Un lavoro, insomma, che promette molto, e che, già al primo ascolto, mantiene. (Andrea Rossi)