GENESIS "Nursery cryme"
(1971 )
Con ''Nursery Cryme'' i Genesis compiono il primo vero salto nel loro universo fiabesco e disturbante, un mondo in cui l’innocenza dell’infanzia si incrina sotto il peso dell’assurdo, del grottesco e del meraviglioso.
È il disco in cui la formazione “classica” della band – Gabriel, Hackett, Collins, Banks e Rutherford – prende finalmente forma, trovando un linguaggio comune che diventerà la firma del prog britannico.
Fin dall’apertura con “The Musical Box”, è chiaro che la band sta costruendo molto più di una canzone: sta raccontando una storia. Le dinamiche mutevoli, la voce di Peter Gabriel che alterna sussurri fiabeschi a invettive feroci, il lavoro chitarristico di Steve Hackett che intreccia arpeggi delicati e improvvise esplosioni elettriche: tutto concorre a un climax quasi teatrale, che definisce l’estetica del disco e, in larga parte, della futura carriera dei Genesis.
L’ingresso di Phil Collins e Steve Hackett è il vero elemento di rottura. Collins porta una batteria più fluida e sofisticata, con groove che rendono i passaggi complessi molto più musicali che tecnici. Hackett, dal canto suo, introduce tecniche chitarristiche pionieristiche – come il tapping – che in seguito influenzeranno generazioni di musicisti pur senza rubare la scena alle tastiere di Tony Banks, ancora cuore armonico del gruppo.
Canzoni come “The Return of the Giant Hogweed” e “Harold the Barrel” dimostrano una scrittura surreale e teatrale ormai matura. I Genesis si divertono a mescolare satira sociale, mitologia improbabile e humour nero, mantenendo sempre una costruzione musicale solidissima. Anche i brani più brevi, come “Seven Stones”, brillano per eleganza e profondità melodica.
Pur non vantando forse la perfezione compositiva di ''Foxtrot'' o ''Selling England by the Pound'', ''Nursery Cryme'' è il momento in cui i Genesis trovano una voce unica, non più derivativa e pienamente riconoscibile. È un album che profuma di legno, velluto e polvere di scena: una piccola opera teatrale in cui la fantasia dilaga ma senza mai sfociare nel caos.
Cinquantacinque anni dopo, ''Nursery Cryme'' resta un lavoro sorprendentemente moderno. Il suo fascino non risiede solo nella complessità tecnica, ma nella capacità di evocare immagini vivide, quasi pittoriche, e di accompagnare chi ascolta in un viaggio fiabesco e inquieto, che nessun’altra band del periodo ha saputo replicare con altrettanta personalità. (Andrea Rossi)