SILENT CARNIVAL "Liminal"
(2026 )
Per alcuni musicisti, l'atto di scrivere una canzone funge da terapia; questo sembra essere il caso di Silent Carnival, alias Marco Giambrone, polistrumentista che con l'album “Liminal”, uscito per la propria etichetta Avium, ci propone dieci brani che si prendono il proprio tempo per farci addentrare in una selva oscura.
Chitarre acustiche ed elettriche, balalaica, armonium, sintetizzatori, mellotron, organo, piano, batteria suonati da Giambrone; al basso troviamo Alfonso De Marco, ai cori Marcella Ricciardi, e poi c'è un ospite che ben conosciamo a Music Map: nientemeno che Cesare Basile, con i suoi strumenti autocostruiti e l'elettronica spesso noise.
Tutti convergono a delineare un'atmosfera introspettiva e malinconica, anzi a tratti direi proprio depressa. Le strutture musicali portano all'ipnosi, ma non si tratta di una psichedelia magica, bensì di uno sguardo nel vuoto, uno scrutare perdite e dolori con una sorta di fatalismo arrendevole.
“November” apre il disco con vaghi ricordi: “I wish I could remember every word”, e si sviluppa in un mix di suoni acustici e inserti di tastiere dissonanti, molto à la Radiohead; in “Salvation” si parla letteralmente di sangue che gela (“In my veins frozen blood”), mentre un synth elettronico si inerpica in una melodia acuta che lo fa assomigliare a un'ocarina, dando al brano un tocco folk surreale, in contrasto con il resto dell'arrangiamento.
Il disco comunica chiusura in sé, una ridondanza di pensieri che non se ne vogliono andare, e non permettono al protagonista di guardare al di fuori, come dice “Facing the Outside”: “Searching a reason for smiling”. Il fatalismo guarda disincantato a un raro momento di felicità in “Clouds”: “A flawless moment, too perfect to last”.
Forse il centro di significato dell'album sta in “Absence”: “And there is something in your eyes, and there is something in my mind, that I can hardly understand (…) Nothing really has meaning, no sacrifice”.
Forse un momento di reazione c'è, in “Ready to Drop”: “Time for a choice, time to get back, no sense of guilt, go straight ahead”; ma la musica non lo comunica. Le parole cercano una via d'uscita, ma le canzoni non arrivano mai a una catarsi liberatoria, non lasciano mai andare, trattengono sempre il magone. Del resto è così è lo slowcore.
La luce in fondo al tunnel si intravede nel brano di chiusura, “We Will Meet Again”, che non è la cover di Vera Lynn bensì una concessione di suoni più luminosi, quelli dell'organo, che rischiarano il resto, come una luce nel buio, mentre una persona appare come salvezza da non lasciar scappare: “Like a treasure, I'll keep your keys inside me again”.
Oltre alla scrittura dei testi, autoanalitica e diretta dove fa male, cantati con voce baritonale, sono interessanti le scelte sonore, come quelle note di pianoforte “liquefatte” in “Song for a Mirror” e i cori di tastiera che ricordano nientemeno che quelli di “Radioactivity” dei Kraftwerk, o le distorsioni elettroniche in “Vertige” e l'utilizzo non convenzionale della balalaica.
“Liminal” chiede di essere ascoltato con attenzione per i dettagli musicali, e con la forza psicologica necessaria per affrontarne il tono. (Gilberto Ongaro)