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MASSARONI PIANOFORTI  "Tempi anomali per un recinto di polli"
   (2026 )

Strano personaggio, Gianluca Massaroni, cantautore insolito, per i tempi che corrono.

Impasta ben volentieri echi di un passato non così prossimo e temi universali tendenti al moderno, declinando in un linguaggio vivido e spiccio il suo disincantato ritratto di una quotidianità grottesca, arroccata in un world apart sgonfio e appiattito, regno di piccole figure prevedibili e superficiali, all’affannosa rincorsa di qualcosa di indefinito, di dettagli e minuzie, la parte per il tutto, redenzione o grazia.

“Tempi anomali per un recinto di polli”, su etichetta Il Piccio Records, è il nuovo album sotto la sigla Massaroni Pianoforti, il sesto da “L’amore altrove”, esordio del 2009 prodotto dall’Eros nazionale, e segna un ritorno a quelle ben note e riconoscibili sonorità, aspre ed efficaci, che la sporca poesia di “Maddi” (2024, gran disco), pur senza rinunciare ad ispirazione, estro, intensità, aveva temporaneamente messo in pausa.

Sei brani e cinque brevi intermezzi segnano il perimetro di un lavoro godibile, fatto di canzoni vere e pulsanti, palpitanti e viscerali, brani pungenti scritti con le budella, quadretti vivaci e brillanti che non mirano tanto all’eleganza formale, quanto piuttosto alla ricerca insistita di un approccio frontale e schietto, sublimato da versi duri ed intimi, svergognati e diretti; a sorreggere l’impianto, la consueta musicalità armoniosa che sa flirtare con ganci e ritornelli, rendendo a suo modo piacevole anche la prossima sberla a mano aperta.

Sparsi ovunque, come riferimenti, memorie, influenze esplicite e passioni radicate, echi di stagioni mai tramontate risuonano prepotenti nel piglio impellente dell’opener “Poveri figli” o nell’incalzante groove di “Via d’Uscita”, entrambe impregnate di accenti à la Edoardo Bennato, nella maestosa storia minima di “Perdersi al centro di Bologna”, nella morbidezza di una “Liquirizia” che richiama lo stile prezioso del mai-abbastanza-lodato Gianni Togni.

In coda, c’è un timido spazio per le inflessioni contemporanee di “E’ solo andare”, quasi Calcutta ibridato con Baglioni, preludio alla chiusura autoreferenziale, amabilmente desolata, di “Quando canto (canzoni poco note)”, epilogo di toccante sincerità, suggello ad un album vibrante, spavaldo, sempre e comunque coraggioso. (Manuel Maverna)