G.EM "Corponuovo"
(2026 )
C’è qualcosa di profondamente controcorrente nell’uscita di ''CORPONUOVO''.
Pubblicato nel pieno della settimana del Festival di Sanremo, il nuovo lavoro di g.em non prova a competere con i riflettori dell’Ariston: li attraversa di lato, scegliendo un’altra grammatica emotiva.
In un periodo in cui la scena mainstream sembra innamorata di un intimismo di maniera — sussurrato, levigato, spesso più costruito che sentito — g.em si impone come una nuova voce femminile capace di restituire peso e verità alle parole.
''CORPONUOVO'' è un titolo programmatico. Parla di trasformazione, di identità che muta, di consapevolezza fisica ed emotiva. Ma soprattutto parla di presenza.
La voce di g.em non si rifugia dietro produzioni sovraccariche né dietro fragilità estetizzate: resta in primo piano, imperfetta quando serve, viva sempre. È una voce che non chiede il permesso di esistere, che non si modella sulle tendenze radiofoniche, che non rincorre la posa della “cantautrice vulnerabile” tanto cara a certo pop contemporaneo.
Musicalmente, l’EP intreccia canzone d’autore, suggestioni latin, aperture ritmiche e una scrittura che non ha paura di essere diretta. I brani si muovono tra introspezione e movimento, tra radici e contaminazione, senza mai perdere coerenza. Non c’è la ricerca dell’effetto immediato, ma quella di un equilibrio emotivo.
Le melodie restano, ma non sono mai facili; i testi raccontano, ma non spiegano tutto. È un lavoro che chiede ascolto e restituisce profondità.
Il fatto che il disco sia arrivato durante Sanremo è significativo: mentre l’industria celebra la spettacolarità e l’iper-produzione, g.em sceglie la sottrazione. E proprio per questo emerge. Perché nel rumore generale, la sincerità suona quasi rivoluzionaria.
''CORPONUOVO'' non è un manifesto urlato, ma un’affermazione chiara: si può essere nuove, femminili, intense senza aderire ai codici di un’intimità preconfezionata.
Con questo lavoro, g.em si posiziona come una delle voci più interessanti della nuova scena indipendente italiana. Non perché insegua una tendenza, ma perché sembra ignorarla.
E in un momento storico in cui l’autenticità è diventata un’estetica più che una pratica, questa scelta pesa. E convince.