DAVIDE DEAR RICCIO FT. MAURO SANNA "amAI"
(2026 )
Ritorna il prolifico DeaЯ, alias Davide Riccio, in coppia con Mauro Sanna, in arte MaaS, intento all'utilizzo dell'intelligenza artificiale nella creazione musicale, il che è abbastanza coerente col percorso di Riccio, che ha attraversato spesso l'elettronica new wave.
A pensarci bene, l'uso odierno dell'IA corrisponde alla larga diffusione negli anni '80 delle varie drum machine, campionatori e strumenti per programmare la musica; ne è l'evoluzione finale.
Così esce “amAI” per Music Force. Stavolta non si tratta di un doppio o un triplo CD con cinquanta o sessanta canzoni. Stavolta sono nove, in cui i testi diventano riflessioni molto critiche, fino a concludere l'ultima traccia con un riassuntivo: “Che merda!”.
“Capo Chimera” apre l'album con suoni ottantiani per ambientarci in un luogo metafisico, dove pensa: “Potrei pescare, non ho una lenza, poi tutto scivola dentro l'assenza”. Lo sguardo è disincantato: “Che cosa vedo oltre la riva? Un cargo al largo e qualche onda, un cane corre sulla battigia (…) Il cane annusa un tronco bianco riverso al sole, dopo il suo viaggio”.
Accanto ai suoni synth compare una chitarra in “Anche io in Arcadia”, accompagnando un testo di non facile decodificazione, per la lunga scelta di parole poco usuali o messe in un modo insolito: “Tra le rughe dell'incessante animo, panico asmatico (…) Ego anche io in Arcadia (…) ma la parola che mi autorizza non cauterizza in quanto ferisce, la spada legata su Damocle all'esile crine”.
Lo stesso posso dire per “Valentina”: “Nel mio chimerico taglio onirico e inerte l'assillo punge, mi tormenta ignavo nel mio fisico che non ripiega platonico e impassibile, né serrarti al cuore chiaro e tondo e forte è possibile”. In questo brano riconosco un particolare suono di chitarra virtuale che chiamo sempre scherzosamente “chitarra corporate”. È quella chitarra stoppata che sento sempre in tutti i video aziendali, quelli con gli impiegati sorridenti e le scritte motivazionali in dissolvenza; lavorando per una multinazionale, vi assicuro che è ricorrente!
Suoni ambientali ci portano nel posto più tranquillo dove siamo stati, ovvero la pancia della mamma, in “Anima nuda”, per poi entrare a contratto con un flusso di oggetti à la Pasquale Panella, tra fontane della giovinezza, “tuberie” e “raccorderie”.
Un arpeggio sintetico in tonalità minore apre “Weltschmerz” che in tedesco vuol dire “dolore del mondo”. Questo è uno dei brani che focalizza la critica scettica verso la bontà di Dio: “Oltre la valle dell'Eden, banditi scacciati. Weltschmerz, la funzione del male nel mondo, Weltschmerz, il problema del male col permesso di Dio. Meglio regnare all'inferno che servire in un mondo giocattolo”.
“Shigata ga nai” è un modo di dire giapponese traducibile con “It can't be helped” o “Non puoi farci niente”. Tra Julia Brown e la parola proibita in teatro, il brano si fa beffe delle superstizioni: “La sfortuna non è altro che il segno di una falsa interpretazione”.
Segue “Misantropia”, che come un dizionario spiega subito il titolo: “Scontroso desiderio di solitudine, l'avversione verso la moltitudine”. Credo sia l'unica canzone che conosco a citare il Vhemt, il Movimento per l'estinzione umana volontaria, e a cantarne pure il motto “May we live long and die out”.
“La sindrome della pagina bianca” porta con sé un'ironia e un'autoironia a più livelli. Elenca diverse modalità con cui gli artisti cercano l'ispirazione per evitare la scarsità di idee: chi ritaglia le parole come Burroughs, chi si droga, chi fa autocoscienza eccetera...
Il tono è scherzoso ma probabilmente DeaЯ non sta sminuendo gli artisti citati, perché poi la canzone termina con: “È il turno dell'intelligenza artificiale, machine learning”, ed è quello che sta facendo lui con MaaS; però il ritornello sembra opporsi: “Meglio la sindrome della pagina bianca, così non dovrete sopportare anche me”.
L'ultima canzone si chiama “@” ed è uno spoken word direttamente rivolto ai problemi del creato: “Al quarto giorno Dio creò tutti gli animali e vide che era cosa buona, anche la lampreda succhiasangue e coprofaga, il crostaceo mangialingua (…) e le restanti altre macchine predestinate all'orrore (…) e se non ti piace quel che dico, censura!”.
Questo non prima di aver pronunciato una considerazione che qualcuno può definire pessimistica, altri realistica: “Non farai ciò che vuoi, non l'hai fatto mai, insostenibile illusione illuminista, illusionista utopia novecentesca, donchisciottesca”.
Se applicata a questo stile, l'intelligenza artificiale ha una sua ragion d'essere, tra visioni distopiche ed estetica della robotica. E si confà a un artista che canta di misantropia e cita il motto del Vhemt! (Gilberto Ongaro)