CARMEN CONSOLI "Amuri luci"
(2026 )
Uscito il 3 ottobre 2025 per la casa discografica Narciso Records, l’album “Amuri luci” è il primo di una trilogia che definisce le “tre anime” di Carmen Consoli: quella della tradizione siciliana, quella del rock e quella del cantautorato.
In un’intervista rilasciata a Radio Capital, l’artista si ricorda la frase detta da un suo insegnante d’inglese, per cui “parlare un’altra lingua è come vivere un’altra vita”. Infatti, riflettendo sulla propria carriera, si accorge che le varie lingue in cui compone e canta riescono a influenzare la sua disposizione psicologica in modi differenti: “… ogni lingua tira fuori da me un’anima diversa”.
E forse fra tutte, la sua anima più pura e più vera è quella espressa attraverso il dialetto siciliano, idioma tradizionale della terra d’origine. Fin dal titolo dell’album e dell’omonimo brano di apertura – “Amuri luci” – capiamo che si tratta dell’amore per la luce, quindi per la verità. “Semplicemente due sostantivi il cui senso profondo è dato da chi legge: l’amore è luce oppure il desiderio di luce, come anche l’amore per la verità e la conoscenza, così anche l’amore è verità e conoscenza”, spiega l’artista il significato del titolo “Amuri luci”.
All’amore per la verità ha consacrato la sua vita Peppino Impastato, il cui ricordo viene omaggiato nella prima canzone presente sul disco. Accompagnata da strumenti tradizionali e con uno stile canoro che la colloca accanto a grandi nomi come quello di Rosa Balistreri, Carmen Consoli racconta in questo brano – scritto interamente da sé stessa – di come Giovanni Impastato ha portato avanti con amore e dedizione le battaglie del fratello.
Con delle commuoventi frasi in siciliano, la cantautrice si rivolge a Giovanni: “Impastato con il sangue, scorre il pianto di tua madre, e tu raccogli, strato a strato, ancora pezzi di tuo fratello”, per poi concludere la canzone con un’invocazione portatrice di speranza: “Amore luce, per non dimenticare chi siamo. Amore luce, e non ci fa tremare nemmeno l’inferno. Amore luce, finché resta un filo di voce”.
“…Non mi viene di scrivere canzoni d’amore in siciliano, piuttosto canzoni più impegnate politicamente”, dichiara la cantantessa nella stessa intervista per Radio Capital… Tuttavia l’amore, quello vero e non estraneo all’impegno politico, fa da protagonista in tutte le tracce che compongono il disco.
Oltre al brano iniziale, lo si sente con chiarezza anche in quello finale, intitolato “Nimici di l’arma mia” (“Nemici della mia anima”). Attraverso una romantica melodia dal ritmo ternario e con un arrangiamento in cui non mancano il mandolino e il friscalettu, in “Nimici di l’arma mia” Carmen Consoli mette in musica un testo scritto dalla poetessa catanese Graziosa Casella (1906 – 1959), nelle cui parole la donna innamorata vive il lutto per un amore finito, proiettando il proprio dolore anche sugli elementi della natura.
È innovativo il fatto che – per mezzo di questa canzone – si attiri l’attenzione del pubblico verso il tema dell’innamoramento femminile. Anche se per secoli l’innamoramento è stato descritto soprattutto in opere letterarie e artistiche firmate da uomini, forse in realtà il sentimento si manifesta con ancor più forza nelle donne, poiché propedeutico alla maternità: il desiderio, la sofferenza e la nostalgia per l’uomo amato dovrebbero, secondo la natura, preparare la donna all’amore per un figlio a cui dedicare tutta sé stessa.
E che dire, allora, del dolore provato dalle madri che perdono i propri figli in guerra…? Con tale dolore empatizza Ignazio Buttitta (1899 – 1997), poeta italiano della Sicilia, che nel suo testo musicato dalla Consoli nel brano “Mamma tedesca” si ricorda e racconta con grande sensibilità un episodio accadutogli durante la Prima Guerra Mondiale, quando nel 1917 durante un combattimento sul fronte del Piave uccise un giovane soldato tedesco. Ignazio aveva solo 16 anni e 18 ne aveva il ragazzo ucciso...
Il poeta inviò alla madre (il cui indirizzo aveva trovato nella tasca del giovane morto) una lettera, chiedendole – come sentiamo nel ritornello della canzone – di appenderla vicino al ritratto di suo figlio. Non ricevette mai una risposta, ma le sue parole di compassione in fondo rivolte a tutte le mamme che piangono i figli strappati via dalle guerre sono rimaste nella storia della letteratura… e ora anche nella musica.
Ascoltando “Mamma tedesca” sembra quasi di stare lì, in quel periodo storico e vicino a quella madre addolorata: se ci si fa caso, si può sentire che il brano comincia con un rumore di sottofondo caratteristico degli antichi dischi di vinile un po’ graffiati, mettendo così ancor di più in risalto l’atmosfera evocativa del commuovente valzer.
La penna di Ignazio Buttitta ci accompagna anche nel brano “Parru cu tia” (“Parlo con te”), questa volta non più in un testo nostalgico, bensì in uno che richiama all’azione e alla rivolta contro i soprusi da parte dei potenti e soprattutto contro l’indifferenza di chi in mezzo alla folla non prende posizione.
Gli ultimi due minuti di “Parru cu tia” offrono all’ascoltatore una sorpresa inaspettata: l’intervento in stile hip hop di Lorenzo Jovanotti, per niente fuori luogo e il cui ritmo ben si abbina a quello del canto dal sapore tradizionale proposto fino a quel momento da Carmen Consoli.
Anche l’accostamento del testo in italiano scritto da Jovanotti stesso a quello in siciliano di Ignazio Buttitta è lontano dall’essere una cattiva idea… In fin dei conti, nonostante la differenza abissale tra lo stile letterario dei poeti novecenteschi e quello dei parolieri del Duemila, la necessità di far svegliare le coscienze alla lotta contro le ingiustizie sociali è ed è sempre stata un’emergenza.
A causa delle ingiustizie e delle guerre incessanti, tante persone durante la storia sono state costrette – ora come prima – ad abbandonare le proprie terre e a migrare in cerca di una vita migliore. È anche il caso del poeta siculo-arabo Ibn Hamdis, che nell’undicesimo secolo dovette lasciare la Sicilia invasa dai Normanni e vagare per il Mediterraneo.
La sua storia viene cantata nel brano “La terra di Hamdis”, in cui non casualmente Carmen Consoli ha scelto di duettare insieme alla “voce calda e intensa” – come la definisce lei – del cantante Mahmood. Belli e pieni di attualità i versi che si riferiscono al denaro come principale fonte del male, invocando la forza di un vento che potrebbe spazzarlo via (“Poi fatti uragano,/ Spazza il dio denaro/ E gli eserciti/ Dei suoi seguaci”) e adatto alla tematica del testo l’intermezzo strumentale ispirato alla musica araba e andalusa, mentre il ritornello e le parti vocali in generale ricordano abbastanza lo stile musicale delle canzoni presentate al Festival di Sanremo in questi ultimi decenni.
Un’aria forse leggermente “commerciale” si sente anche nel brano “Comu veni veni” che, nonostante il testo in siciliano, dal punto di vista strettamente musicale fa venire in mente l’atmosfera di canzoni come, ad esempio, “Amore di plastica” (1996) oppure “Saluto l’inverno”, scritto dalla stessa Consoli insieme a Paola Turci e cantato da quest’ultima nell’edizione 2001 del Festival di Sanremo.
Con un ritmo tipo blues, “Comu veni veni” fa riferimento critico a tante persone che oggigiorno – dal vivo o tramite le reti internet – si affrettano a far sapere il proprio punto di vista senza prima riflettere abbastanza. “Parrari senza pinsari è comu sparari senza taliari” (“Parlare senza pensare è come sparare senza guardare”) canta l’autrice nel ritornello della canzone, riprendendo un antico detto siciliano.
Un messaggio poetico valido quello espresso in “Comu veni veni”, che però condividiamo solo in parte: in un’era d’isolamento sociale come quella in cui viviamo, spesso il bisogno di comunicare per combattere la solitudine ci spinge ad aprirci verso l’altro a tutti i costi, a volte anche con modalità poco efficaci per le quali molti si pentono solo successivamente... È quindi buona cosa aiutare l’interlocutore a correggere le proprie idee quando si dimostrano sbagliate, piuttosto che suggerire l’autocensura e il senso di colpa per quanto detto.
La libertà d’espressione è fondamentale. Usare le parole di una lingua e metterle insieme per esprimersi ci fa viaggiare fuori da noi stessi, verso il mondo esterno… e quando ci si esprime in lingue diverse, si viaggia nello spazio e – a volte – anche nel tempo. Un breve viaggio nei tempi passati attraverso delle lingue antiche oggi non più in uso ci propone Carmen Consoli in tre dei brani presenti sull’album “Amuri luci”: “Qual sete voi”, in italiano volgare del tredicesimo secolo, che ricostruisce lo scambio epistolare tra la poetessa Nina da Messina e il poeta Dante da Maiano e in cui la Consoli duetta con il giovane tenore Leonardo Sgroi, “Bonsai #3” su un testo in latino del poeta Ovidio, e “Γαλάτεια (Galáteia)” di Teocrito, in greco antico.
L’impostazione ritmico-melodica di “Qual sete voi” e di “Γαλάτεια (Galáteia)” segue le caratteristiche storiche e geografiche dei testi: i versi di “Qual sete voi” vengono cantati e accompagnati con uno stile che ricorda la musica profana medievale, mentre in “Γαλάτεια (Galáteia)” il racconto di Teocrito sulle vicende del ciclope Polifemo e della ninfa Galatea si sentono a casa in compagnia di una musica in stile sirtaki.
La musica tradizionale greca, non estranea alla Sicilia, è in qualche modo presente anche nella seconda traccia dell’album, intitolata “Unni t’ha fattu ‘a stati”. Sempre in dialetto siciliano, il brano parte – analogamente a “Comu veni veni” – da un antico detto per il quale “Dove hai trascorso l’estate, passaci pure l’inverno” ed è una satira nei confronti delle persone opportuniste; di coloro che se ne vanno per poi tornare solo quando fa comodo.
Alla serie dei ritratti caratteriali ironici e satirici di cui fanno parte quello di chi parla senza pensare (in “Comu veni veni”) e quello dell’opportunista (in “Unni t’ha fattu ‘a stati”) si aggiunge quello del narcisista pieno di sé, ma in realtà molto insicuro, presente nel brano “3 oru 3 oru”. “Tri oru” è il nome con cui a Catania, città d’origine della cantautrice, viene chiamato il gioco delle tre carte (probabilmente l’etimologia riguarda la carta italiana del Tre di Denari o del Tre di Ori) e in questa canzone – creata interamente dalla Consoli – il gioco è una metafora dei modi di fare di un uomo che s’illude di poter dominare moglie, figlio e amante e al quale i fatti concreti della realtà mostrano tutt’altro, se non addirittura il contrario.
L’originalità di “3 oru 3 oru” consiste soprattutto nell’abbinamento musicale tra il canto satirico popolare siciliano e un ritmo sudamericano che forse richiama le atmosfere bossanova di Quincy Jones… Non c’è da stupirsi, vista la complessità e la versatilità che ha sempre caratterizzato l’arte cantautorale di Carmen Consoli.
“Amuri luci” è dunque un album ricercato e di non immediata fruizione, che una volta capito dall’ascoltatore gli può diventare amico di fiducia. Come visto anche nei video esplicativi postati sulla pagina Facebook dell’artista, si tratta di un disco registrato presso la sua abitazione, quindi fatto in casa nel senso proprio, il che – in un mondo sempre più caotico e privo di riferimenti – imprime un senso di sicurezza e invoglia chi lo ascolta a portarlo con sé lungo il viaggio della vita. (Magda Vasilescu)