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WUSTENBERG  "The king's gambit"
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Era la decima volta consecutiva che ascoltavo questo disco, e - sorprendentemente - continuava a farmi effetto.

Ventinove minuti, otto canzoni, i conti li avete fatti bene: l’avevo in cuffia da cinque ore filate. Un pomeriggio intero, vorrei precisare.

Nel frattempo, avevo fatto un sacco di cose, tipo archiviare documenti, cucinare, spolverare, lavare la doccia, cose così. L’ascolto era in loop, quindi appena il disco finiva, ripartiva da capo, automaticamente, e mai che mi fosse venuta l’idea di spegnere o di cambiare musica.

Perché - in fondo - alla musica chiedi quello che vuoi, quello di cui hai bisogno, quello che ti può dare. E al mio amico Luca, un alternativo per eccellenza, io lo dicevo sempre, che a me piacevano le canzoni facili, meglio se un po’ tristi, senza necessariamente contenuti cervellotici o sviluppi armonici cerebrali, innovativi, sperimentali. Mi sono sempre bastati quattro accordi, un ritmo dritto, un ritornellone e un accordo di mi minore da qualche parte.

Decantiamo dunque come merita questa mezzora frenetica e scintillante, diretta ed energica, a tratti addirittura esaltante per chi apprezzi il genere, che è un bel folk rotondo e godibile, rivisto e corretto da robusti accenti rock, brillante ed ipercinetico, orecchiabile e disimpegnato, con una serie infinita di ganci e chorus da mandare a memoria mentre li metti in repeat all’infinito.

Il piccolo prodigio che mi ha gioiosamente intrattenuto si intitola “The King’s Gambit”, ed è un debutto: chi lo ha concepito e partorito arriva da Brema, Germania, si chiama Wüstenberg, ed è un nutrito ensemble di sette elementi che prende il nome da Franz Wüstenberg, qui fondatore, padre e padrone, precedentemente voce e frontman della prolificissima sigla The O’Reillys And The Paddyhats, progetto sempre di area folk, ma più spinto e indirizzato rispetto all’attuale.

Ecco, oggi Franz e soci spaziano dal boogie di “Good People” alla ballatona di “Paradox of love”, che finge di rallentare ed invece accelera, dalla cavalcata arrembante di “Trading Manners for the Madness” al contagioso mid-tempo di “Man with No Baggage”, destreggiandosi con la nonchalance dei veterani in un tripudio di suoni puliti e stentorea vocalità, mai andando fuori misura, mai fallendo il refrain, il bridge, il contrappunto, piazzando archi e chitarre con chirurgica precisione, baloccandosi con impennate e fughe in un trionfo di idee e creatività.

Alla fine, fra i dieci memorabili minuti del trittico iniziale – l’irresistibile inciso della title track, il battito pulsante di “Call Me a Fool”, l’ubriacante singalong di “Hold on To”, che riascolto cinque o sei volte al giorno, come fosse un integratore benefico – e l’epilogo maestosamente focoso di “Revenge Is for the Weak” sta racchiusa tutta l’arte essenziale ed esplosiva di una band centrata e vigorosa, stimolante e vitale, capace di regalarsi agli astanti senza eccessi pretenziosi, con la sola forza di una semplicità affatto scontata e di un’ inesauribile, veemente esuberanza.(Manuel Maverna)