recensioni dischi
   torna all'elenco


ARNOLD DREYBLATT  "Descendants"
   (2026 )

Mi chiedo sempre come spiegare queste cose ai profani, senza risultare pedante. Eppure, è proprio superando quell'ostacolo iniziale che ci si apre a un suono di completa pace, immergendosi, per dirla alla Battiato, in un “oceano di silenzio”.

Partiamo dalle cose semplici: Arnold Dreyblatt è sia un compositore che un media artist, fautore di installazioni artistiche e progetti di ricerca interattivi. Sul versante musicale, la sua concentrazione punta alle risonanze e agli armonici, cioè a quelle note che “stanno dentro” a una nota che ascoltiamo.

Un esempio pratico per chi non sa cosa sono gli armonici. Se uno ha un pianoforte, tiene premuto il pedale d'espressione (quello che lega i suoni), preme un tasto con un colpo secco e alza subito il dito, mollando allo stesso tempo il pedale, gli armonici emergono: la nota che abbiamo suonato si smorza, ma sentiamo a più basso volume diverse note più acute. Quelli sono gli armonici.

Ogni nota contiene i propri armonici, e sono quelli che Dreyblatt esplora. Tutti gli strumenti musicali oggi sono intonati secondo il principio del “temperamento equabile”, per il quale ogni frequenza è stata calcolata con determinate proporzioni matematiche; ma prima di questo tipo di intonazione, esisteva l'intonazione naturale, che cambia i rapporti fra le note, e si sente soprattutto mettendo in evidenza gli armonici “nascosti”.

Detto questo, possiamo parlare di “Descendants”. Uscito per Unsound Records, su commissione per l'Echonance Festival, quest'album è costituito da un'unica traccia di 50 minuti, dove suonano non uno ma ben quattro organi a canne insieme.

Sono note prolungate che gradualmente si aggiungono e si tolgono, creando armonie e a volte qualche curiosa soluzione che non avrei il coraggio di definire “dissonanza”, perché una certa assonanza c'è anche in quei momenti: è l'effetto dell'intonazione naturale, alla quale non siamo più abituati, per cui tende a sorprenderci.

È come scoprire un colore nuovo, al di fuori dello spettro visibile. I paragoni sono sempre indigesti ai compositori, li faccio solo per orientare voi che leggete: siamo dalle parti di Ligeti e dei suoi studi per organo. L'esito etereo è però meno “inquietante” e più conciliante, sono 50 minuti di ascolto puro e scevro da sovrastrutture. (Gilberto Ongaro)