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PASQUALE CATALDI  "Maybe"
   (2026 )

Con ''Maybe'', pubblicato da Filibusta Records, Pasquale Cataldi firma un debutto che ha l’ambizione – e la maturità – di mostrarsi come molto più di un semplice primo disco: è una dichiarazione di intenti, un laboratorio sonoro aperto e una riflessione sul linguaggio del jazz contemporaneo e sulle sue possibilità narrative.

Il batterista e compositore romano non si limita a guidare un ensemble: lo rimodella, ridiscutendo la funzione degli strumenti e costruendo un ecosistema timbrico in cui ogni colore trova un proprio spazio vitale.

Le linee dei fiati, l’elettricità delle chitarre, gli archi dal sapore quasi cameristico e la presenza misurata dell’elettronica partecipano a un progetto estetico coerente e curioso, che si apre al mondo senza perdere il senso del dettaglio.

Ciò che sorprende di ''Maybe'' è la sua capacità di muoversi continuamente tra controllo e apertura, tra scrittura precisa e improvvisazione intelligente. Cataldi evita di irrigidire il discorso musicale in forme prevedibili: la batteria non è più un semplice motore ritmico, ma un agente drammaturgico che suggerisce direzioni, devia sentieri, crea tensioni.

Il risultato è un jazz contemporaneo che dialoga con l’R’n’B, il rock, il jazz/funk e perfino con la tradizione swing, senza mai scivolare nella somma di stili. Quel che si percepisce è un linguaggio in evoluzione, un’identità che non teme di mostrarsi in movimento: è proprio nell’incertezza, nel “forse” evocato dal titolo, che l’album trova il suo centro poetico.

L’apertura, ''So Catchy'', rivela immediatamente la natura plurale del disco: un’irruzione sonora costruita su un interplay energico tra batteria, violini e fiati, con una vitalità che sorprende senza mai essere caotica.

''Places'' introduce invece una dimensione più sospesa. Il dialogo tra flauto e sezione ritmica genera un clima percettivo fatto di attese e micro-variazioni, impreziosito dall’inserimento della voce di David Lynch: un gesto estetico che apre a riflessioni su memoria, creatività e paesaggio interiore.

Con ''Sorry'', Cataldi sceglie la sottrazione: pianoforte ed elettronica respirano in un ambiente rarefatto, mentre la batteria accompagna con delicatezza, lasciando emergere una dimensione emotiva più vulnerabile.

La title-track ''Maybe'' funge da centro teorico del disco: una cellula melodica essenziale, giocata su poche note, viene costantemente rielaborata attraverso mutamenti armonici che ne ridefiniscono il ruolo. È un brano che riflette sul dubbio come motore creativo, trasformando l’indeterminatezza in architettura sonora.

Il viaggio continua tra le pulsazioni rock di ''The Jet'', la tensione liberatoria di ''2012'' – arricchita dal quartetto di archi – e l’omaggio swing di ''Like'', che richiama la lezione di Mingus e Monk senza mai scadere nel citazionismo.

''Maybe'' è un album consapevole, raffinato e coraggioso. Cataldi dimostra una sorprendente capacità di costruire mondi sonori complessi, ma allo stesso tempo profondamente comunicativi.

Il suo è un jazz che non vuole essere definito, che preferisce aprire spazi invece che chiuderli, e che invita l’ascoltatore a sostare nel dubbio, a lasciarsi attraversare dalle possibilità.

Un esordio che promette molto. E che, soprattutto, mantiene. (Andrea Rossi)