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MONOLITHE NOIR  "La foi gelée"
   (2026 )

Con ''La foi gelée'', Monolithe Noir firma uno dei suoi lavori più intensi, stratificati e narrativi.

Il progetto di Antoine Messager Pasqualini, qui nuovamente in una dimensione quasi solitaria dopo l’esperienza più collettiva di ''Rin'', sembra attraversare una profonda metamorfosi artistica: un equilibrio inedito tra sperimentazione sonora, introspezione emotiva e racconto musicale.

L’album si apre con “Long bridge”, un brano che mette subito in chiaro le coordinate del viaggio: un groove ipnotico, quasi cinematografico, che evoca una corsa frenetica e urbana, come suggerito anche dalla presentazione ufficiale del disco.

Da qui, la traiettoria si fa più rarefatta con “Virgox”, dove la voce — più presente che in passato — emerge come elemento fragile e cristallino, uno dei tratti distintivi di questo nuovo corso.

Il cuore del disco, però, pulsa soprattutto nei brani più densi e tesi come “Down in”, in cui chitarre saturate, basse distorte e una psichedelia scura costruiscono un paesaggio sonoro quasi vertiginoso, tra la forza viscerale e l’amalgama fra distorsioni, cuivres e tensione drammatica.

Quando arriva “Seek you”, Monolithe Noir sembra voler riscrivere a modo suo i codici del krautrock contemporaneo, alternando leggerezza ritmica e pesantezza timbrica, un dualismo che resta una cifra del disco.

Anche “Running fast” mantiene questa corsa affannosa, liberatoria, quasi euforica. A bilanciare questa densità emotiva ci sono le rare ma preziose “respirazioni” dell’album, come “Threat on me”, una ballata lo‑fi sospesa, una parentesi celeste in mezzo al tumulto.

Verso la chiusura, il disco esplode in “La foi gelée”, title track che unisce dramma, misticismo e sperimentazione spasmodica: una sorta di rituale sonoro che mescola voce in primo piano, bassi predominanti e una tensione quasi post‑rock.

''La foi gelée'' è costruito come un percorso fatto di passaggi e porte, esplicitati anche nei brani “Gate one”, “Gate two”, e nella struttura concettuale dell’album. Queste soglie rappresentano uno spostamento continuo tra luce e ombra, tra avanzare e tornare indietro, una sensazione che rappresenta l'essenza del progetto.

La scelta di contaminare i sintetizzatori con chitarre saturate, archi sfregati e una presenza vocale più marcata rende questo il lavoro più diretto e nello stesso tempo più luminoso di Monolithe Noir, nonostante il tema del lutto attraversi vari momenti della tracklist.

''La foi gelée'' è un disco che non si limita a essere ascoltato: si attraversa. È un viaggio dentro paesaggi urbani, memorie emotive, fratture intime e lampi di serenità inattesa. Antoine Pasqualini firma un’opera che riesce a essere allo stesso tempo personale e grandiosa, sperimentale e accessibile, oscura e luminosa.

Un album che conferma Monolithe Noir come una delle voci più originali della scena sperimentale europea contemporanea, e che lascia la netta sensazione di aver assistito a qualcosa di vivo, pulsante, profondamente umano. (Andrea Rossi)