DYSMORFIC "To the usual atomic rhetoric, vol.1"
(2026 )
Con ''To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1'', i DYSMORFIC firmano quello che è probabilmente il capitolo più consapevole e radicale della loro metamorfosi artistica.
Il duo – attivo dagli anni ’90 e ormai lontanissimo dal grindcore ortodosso che ne aveva segnato gli esordi – porta qui alle estreme conseguenze la propria idea di avant‑grind, trasformandola in un ibrido fluido, instabile e totalmente refrattario alle categorie.
Fin dal primo ascolto, si percepisce un’impostazione estetica che non punta alla provocazione fine a sé stessa, ma alla costruzione di un linguaggio nuovo: un sistema che vive di contrasti, improvvise implosioni, spazi rarefatti e masse sonore che si avvicendano come forze fisiche in collisione.
La collaborazione con l’artista noise +DOG+, figura di culto della scena sperimentale di Boston, imprime all’album una componente atmosferica decisiva: non più semplice rumore, ma un ambiente sonoro vivo, a tratti quasi cinematografico, che avvolge e deforma le architetture grind in un continuo processo di mutazione.
Le influenze dei leggendari Man Is The Bastard emergono come riferimento concettuale più che stilistico: DYSMORFIC non imitano, ma filtrano quell’attitudine iconoclasta attraverso una personalità ormai solidissima.
Le strutture si fanno talvolta progressive, altre volte jazzistiche nel modo di destrutturare aspettative e dinamiche, mantenendo però il cuore pulsante dell’estremo: l’urgenza, la ferocia, la frizione costante tra controllo e caos.
Sul piano sonoro, il disco beneficia del lavoro con figure esterne al circuito metal estremo: Stefano Riccò alle registrazioni e Cristiano Roversi a produzione, mix e mastering. Il risultato è un suono sorprendentemente tridimensionale, quasi “aereo” nella gestione degli spazi, ma capace di diventare abrasivo e claustrofobico quando serve.
Questa scelta produttiva porta l’album a un livello di definizione raro per lavori che intrecciano grind, noise e improvvisazione, conferendo alle composizioni una profondità che resiste anche agli ascolti ripetuti.
L’artwork firmato Fetusk completa il quadro: un’estetica che non accompagna semplicemente la musica, ma la estende visivamente, ribadendo la natura del disco come dichiarazione artistica totale, più che semplice pubblicazione discografica.
''To The Usual Atomic Rhetoric, Vol.1'' non è un album “difficile”: è un album vivo, che rifiuta di essere addomesticato. Un lavoro che mostra come l’evoluzione non sia una deviazione dalla strada ma la strada stessa. DYSMORFIC non cercano compromessi, e proprio per questo riescono a dare forma a uno dei manifesti più convincenti dell’estremo contemporaneo.
Un’opera che merita di essere ascoltata senza preconcetti, con la disponibilità ad accettare che il grind può ancora sorprendere, cambiare pelle e diventare qualcos’altro senza perdere la propria anima. (Andrea Rossi)