PIER ADDUCE & TRESETTE "I funamboli"
(2026 )
Ritorna il cantautore Pier Adduce, accompagnato dai Tresette, con i suoi racconti fatti di losche figure, vino e blues.
“I funamboli” mantiene intatte le caratteristiche ormai riconoscibili del cantautore. Anche da leader dei Guignol, la sua voce cavernosa si è sempre trovata a proprio agio nel cantare della fine dei tempi e di anime perse, per cui in quest'epoca trova nuovo pane; i Tresette lo accompagnano con chitarre, Hammond e percussioni in primo piano.
Il titolo “Smanie e vezzi di un Narciso al potere” potrebbe far pensare al noto presidente arancione statunitense, ma ascoltando le parole in realtà sembra si riferisca a un qualunque uomo di (presunto) potere, anche delle nostre zone tricolori, che si sveglia al mattino per fare “un'ora di toilette come da rito”, immagine che mi ricorda la scena iniziale con Bateman in “American Psycho”, noiosamente prolungata allo specchio.
Con la valigetta 24 ore e i documenti, questo Narciso ripensa a una donna in cerca di scorciatoie: “Si ricorda della studentessa assorta, dell'attricetta gatta morta nel ricevimento si aggirava (...) vorrei essere raccomandata, saprò essergli grata”.
Dev'essere un tema assai caro a Pier Adduce, dato che questa “attricetta” potrebbe essere la stessa Soubrettina, cantata con lo stesso sdegno compiaciuto, nel brano “Il grande complotto”, in un album dei Guignol del 2008. E il nuovo scandalo (scandalo? Nuovo?) attorno a un presentatore televisivo, denunciato da un fotografo rancoroso dello stesso ambiente, sembra riportare la storia all'attualità.
Nel brano successivo, l'attenzione torna all'uomo di potere, definito un “Tragico buffone”, che è circondato da “donne lì ai suoi piedi”, che “dice, gli son devote quando le ha ben pagate”. Il tragico buffone è il classico uomo d'affari senza scrupoli: “Non è da tutti andare al suo cenone, banchetta in mezzo a un camposanto e annuncia un nuovo luna park per ricchi”.
“Danza delle autoreggenti” cambia scenario. Qui c'è un uomo intento ad osservare una donna che sembra dare segnali (o li vede lui): “Cosce sotto la gonna cortissima, lucenti sotto una lampada fioca e rossa (…) le accavalla sorniona, sotto il mio sguardo ardito (…) un sottinteso concesso”. Verso la fine, la donna si rivela la tipica femme fatale, coi suoi “tacchi puntuti, puntati come coltelli sul mio ansimare”.
“Elogio ed elegia” pare sia il seguito della precedente, con un'ellissi che esclude l'amplesso. Prima c'era la seduzione, ora il dopo, con tanto di hangover al risveglio. Il protagonista vaga nel suo vuoto interiore: “Ho un piano in mente, non ti agitare, già pronto, solo da applicare, fissato giù nel pavimento, nella crepa lì sotto al tuo mento”.
“La stagione del sangue” è il pezzo più che mai ispirato all'attualità, fatta di guerre coi droni da parte di chi confonde “previdenza e deterrenza”, e sorveglianza: “La stagione è matura, la madre è gravida e suoi frutti irrompono, ipertrofici osceni esplosivi, dispositivi, operativi”.
Nell'attesa del ritorno dell'amata, “Irrequieto” è un ritratto dell'uomo medio, che oggi è spaventato e possibilmente armato, per sicurezza: “Mi armo davanti al portone. Sparano i colpi, mi guardo le spalle, inseguito da chi mi somiglia un po' troppo in quel retrovisore (…) ti attenderò irrequieto qui, a guardia della mia postazione”.
Un glockenspiel colora l'arrangiamento de “Il cielo di Lola”, che descrive una cartomante in un suggestivo “giardino appare neve di petali e pollini”, mentre ne “Gli occhi degli agnelli” Adduce se la ride senza sorridere, come Manuel Agnelli, osservando chi si sente migliore e innocente: “Scuotendo ancora il nostro misero contegno, la smania di controllo e il falso ritegno (…) Tanto più belli, tanto più monelli, gli occhi che sono gli occhi degli agnelli”.
Questa è la visione oscura di Pier Adduce, per il quale viviamo in una sorta di Far West, tutti contro tutti, dove bisogna stare armati per non essere sopraffatti, mentre i grandi del mondo fanno i loro giochi senza frontiere.
La sua capacità di scrittura è evidente: riesce a creare siparietti e situazioni con pochi versi. I suoi personaggi fanno il palo con quelli di MamaBaba, nel suo “Blues Hotel” (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=12298). Speriamo che prima o poi, tutti questi funamboli che si barcamenano, possano giungere a una redenzione, per mano dei loro autori. (Gilberto Ongaro)