EMILY WITTBRODT "Wearing words"
(2026 )
Con ''Wearing Words'' (uscito per Futura Resistenza), Emily Wittbrodt firma un’opera che sfugge a ogni classificazione semplice: un ciclo di dieci brani che intrecciano barocco, pop da camera, improvvisazione e sensibilità contemporanea in un equilibrio sorprendentemente naturale.
Ciò che colpisce sin dai primi minuti è la capacità della violoncellista tedesca di costruire un mondo sonoro elegante, fragile e allo stesso tempo lucidissimo, dove ogni scelta timbrica è parte di una narrazione più ampia.
L’aspetto più affascinante del progetto è senza dubbio il processo creativo: Wittbrodt ha composto le melodie usando un dummy text, una sorta di stampo sillabico che richiedeva parole che si adattassero perfettamente alla forma musicale.
Il risultato è stata una vera e propria immersione ossessiva nella ricerca linguistica, al punto da farle “sognare parole” e percepire la lingua come un abito da indossare, talvolta non proprio su misura.
Questa tensione tra forma e contenuto è percepibile in tutto l’album: le liriche sembrano aderire ai profili melodici con una delicatezza quasi fisica.
La scelta della voce di Sandro Hähnel, un tenore dalla presenza eterea e quasi androgina, è decisiva. Wittbrodt ha volutamente scritto le linee vocali in una tessitura leggermente alta per costringerlo a cantare in punta di fiato, ottenendo un colore intimo, sospeso, quasi da controtenore.
Il timbro di Hähnel funge da filo conduttore che tiene insieme le atmosfere teatrali e cameristiche dell’album, avvicinandosi talvolta al pathos di autori come Rufus Wainwright o Anohni.
Intorno alla voce, Wittbrodt costruisce un quintetto inconsueto fatto di clavicembalo, violoncello, clarinetti, fisarmonica, percussioni e synth, impiegati come veri e propri attori sonori.
La fusione di timbri antichi e moderni apre un universo orchestrale che resta comunque leggero, mobile, capace di alternare miniature quasi teatrali (come in ''Lost Ground'') a brani più narrativi e profondi (''Wearing Words'', ''Cold Shelter'').
La presenza occasionale di momenti improvvisativi aggiunge tensione e vita ai brani più composti.
La forza di ''Wearing Words'' è anche la sua capacità di essere un disco che non si esaurisce al primo ascolto: è un’opera che richiede tempo, che si apre progressivamente rivelando strati di intenzione e cura.
Alcuni brani nascono da gesti affettivi – come ''Lied'', scritto per la nascita del figlio di un amico – e portano con sé una dolcezza trattenuta che chiede rispetto e silenzio.
È musica che polarizza, che invita a entrare in un’atmosfera sospesa, a metà tra rito e confidenza.
''Wearing Words'' è un lavoro raffinato, intimo e sorprendentemente coraggioso, un incontro tra linguaggio e melodia che indaga la fragilità dell’espressione e il potere trasformativo delle parole.
Wittbrodt dimostra una visione nitida, sia compositiva sia produttiva, e un talento raro nel muoversi tra mondi distanti senza perdere coerenza.
È un disco che non solo si ascolta: si indossa, esattamente come suggerisce il titolo. (Andrea Rossi)