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ESERA  "Levia gravia"
   (2026 )

Con ''Levia Gravia'', uscito il 23 gennaio 2026, gli Esera firmano un debutto che sfugge a ogni etichetta e sceglie consapevolmente la via più impervia: quella della profondità, della contraddizione, della fragilità esposta senza filtri.

Il trio toscano – Lorenzo Greco, Federico Barghini e Simone Bracci – porta alla luce un lavoro che non cerca il consenso ma l’urgenza espressiva, mescolando con sorprendente coerenza elettronica, jazz, post‑grunge, folk, art rock e suggestioni barocche e mediorientali.

Il titolo, ''Levia Gravia'', è già dichiarazione poetica: il disco vive nella tensione tra leggerezza e peso, spirito e carne, abbandono e resistenza. Gli Esera costruiscono un universo in cui ogni opposto esige il suo gemello, e questa frizione continua si traduce in brani che galleggiano su un confine instabile e affascinante.

È un lavoro esplicitamente introspettivo, che affonda le mani nella fragilità umana e la racconta senza appiattirla, lasciando emergere contraddizioni e oscillazioni emotive: un “deserto della fragilità” in cui la band invita l’ascoltatore a perdersi con consapevolezza.

L’apertura, ''La cattedrale nel deserto'', è un portale mistico, un incipit totalizzante che introduce immediatamente il respiro rituale del disco; segue ''Fame', un pezzo che brucia silenziosamente e cresce senza mai esplodere davvero, sensuale e inquieto allo stesso tempo.

''Cu ti lu dissi'', antico canto siciliano rivisitato in chiave elettronica, è probabilmente il momento emotivamente più devastante del disco: un lamento che diventa personale, registrato in giorni di lutto e caricato di un dolore autentico che trapela in ogni inflessione vocale.

''Amarire'' sospende il tempo, avvolgendo l’ascoltatore in un limbo sonoro fatto di respiro, attesa e delicatezza disturbante, mentre il dittico ''Purificami'' / ''Male Muse'' rappresenta un vertice concettuale: il primo è una profanazione rituale di un canto religioso, un’esplosione di oppressione spirituale e carne viva, il secondo è abbandono totale, un mantra elettronico che consuma e libera.

La sorprendente ''Ah, ch’infelice sempre'' rilegge Vivaldi in chiave elettro‑barocca, un esperimento riuscito che dimostra l’ambizione – e il coraggio – del trio. L’Outro finale, in realtà, non chiude: lascia sospesi, disorientati, come se il disco non terminasse ma si ritirasse lentamente, svuotando l’aria e lasciando solo la vibrazione residua del viaggio.

''Levia Gravia'' non vuole essere un lavoro facile né accomodante. È un album che richiede un ascolto attivo, disponibilità ad attraversare un terreno fatto di incertezze, riti personali, carne esposta e spiritualità deviata. Non è pensato per piacere a tutti, ed è proprio questa la sua forza: un atto di vulnerabilità radicale che, come dichiarano gli stessi Esera, può rendere l’ascoltatore “meno solo”.

In un panorama musicale spesso omologato, gli Esera firmano un debutto sorprendentemente maturo, viscerale e allo stesso tempo intellettuale. Un album che pesa e che alleggerisce, che scava e solleva. Un’opera prima che non rassicura, ma accompagna. E che soprattutto resta. (Andrea Rossi)