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NEESKENS  "13 (our number)"
   (2026 )

Con “13 (Our Number)”, pubblicato il 13 marzo 2026, i Neeskens confermano la loro identità inquieta e abrasiva, spingendosi ancora più a fondo in una dimensione sonora fatta di paesaggi roventi, improvvisazione controllata e un’irrequietezza stilistica che non conosce tregua.

L’album — poco più di mezz’ora di musica strumentale — è un concentrato di energia che oscilla tra stoner, hard rock psichedelico e innesti di post-rock e blues elettrico.

La band lombarda, base a Crema, non si limita a riprendere i canoni del desert rock e delle sue derivazioni più estreme, ma li piega a un immaginario personale, volutamente ruvido e materico, dove ogni brano diventa un capitolo di un viaggio visionario e quasi cinematografico.

L’opener “Eternally Seconds (Our Revolution)” mette subito in chiaro la direzione: riff pesanti, ritmiche robuste e un senso di moto perpetuo che evoca motori caldi e orizzonti desertici.

Il disco vive di questa tensione costante tra gravità e slancio: la musica è dura, aspra, compatta, eppure capace di momenti di improvvisazione che le conferiscono una vitalità quasi jazzistica nella sua libertà espressiva.

Già dai titoli emerge l’ironia criptica e surreale che attraversa l’album: “Interstellar Oversize (Our Trip)” dilata lo spazio, “Six Stud Pumas (Our Tools)” aggredisce con un groove più selvaggio, mentre “The Steel-Hard Midfielder (Our Hero)” sembra evocare un’epica sportiva filtrata attraverso fuzz e distorsioni.

La seconda metà del disco si fa ancora più acida e lisergica: “91st Minute Schizoid Man (Our Resistance)” è un turbine di cambi repentini, quasi una mini-suite compressa, mentre la chiusura “Rolf Bantle (Our Elvis)” è un omaggio grottesco e affettuoso, una cavalcata che alterna potenza e malinconia con sorprendente fluidità.

“13 (Our Number)” è un disco che non cerca compromessi: suona grezzo, libero, fisico. Il trio dimostra una padronanza totale del proprio linguaggio, muovendosi con scioltezza attraverso territori sonori complessi e spesso estremi.

È un album coerente e coraggioso, ideale per chi ama le derive più sporche e psichedeliche del rock contemporaneo, ma anche per chi apprezza l’improvvisazione e le strutture aperte.

Il risultato è un lavoro che si ascolta tutto d’un fiato, come un viaggio breve ma densissimo, destinato a lasciare addosso la polvere del tragitto. (Andrea Rossi)