THOSE WHO WALK AWAY "Afterlife requiem"
(2026 )
Con ''Afterlife Requiem'', uscito per Constellation Records, Matthew Patton torna a firmare un lavoro come Those Who Walk Away quasi dieci anni dopo ''The Infected Mass''.
Lo fa consegnando un’opera che sembra non tanto essere stata composta, quanto emersa lentamente dagli interstizi della memoria, come un rituale sonoro che riflette sulla perdita, sull’assenza e sulla lenta dissoluzione del tempo stesso.
L’album scorre infatti come un’unica lunga elegia, suddivisa in movimenti che si intrecciano senza soluzione di continuità, mantenendo un respiro unitario e un’intenzione profondamente meditativa.
Da subito, ''Afterlife Requiem'' si presenta come un’opera radicalmente immersiva: le sue trame di drone, archi trasfigurati, registrazioni d’ambiente e interventi elettroacustici creano un ambiente sonoro denso ma mai statico, in costante mutazione, come se ogni suono fosse il fantasma di qualcos'altro, un’eco destinata a consumarsi nell’attimo stesso in cui appare.
L’intento non è infatti quello di costruire melodie riconoscibili, ma di comporre un paesaggio emotivo che respiri lentamente, che si espanda e poi si sfaldi sotto il proprio peso.
Il disco è anche un’opera profondamente intima e commemorativa: Patton lo dedica alla madre e al compagno di lavoro e amico Jóhann Jóhannsson, integrando persino alcuni frammenti digitali provenienti dagli archivi del compositore islandese, come materiale non finito che diventa parte viva dell’opera.
Questo gesto dona all’album una dimensione quasi liturgica, un requiem non solo per chi non c’è più, ma per l’idea stessa di permanenza. “Tutto ciò che ho mai scritto è un requiem… la morte è spalmata ovunque in questa musica”, dichiara Patton, e il disco sembra davvero incarnare questa visione fino all’ultima nota.
Musicalmente, ''Afterlife Requiem'' si colloca nella sfera della modern classical più spettrale, con echi di minimalismo sacro, drone ambient e rimandi a figure come Tim Hecker o Murcof, soprattutto nel modo in cui manipola la materia acustica per trasformarla in puro sentimento.
Le “Hymns” degradate che punteggiano la tracklist agiscono come pivot emotivi del disco, guidando l’ascoltatore attraverso un percorso che diventa sempre più rallentato, dilatato, come un lungo respiro che cerca di trattenere qualcosa che inevitabilmente sfugge.
Nonostante la sua apparente durezza — è un ascolto esigente, che richiede tempo e disponibilità emotiva — l’album possiede una capacità rara: avvolgere completamente, far perdere la percezione di inizio e fine, trasformando i suoi 44 minuti in un unico continuum di sospensione.
La produzione, curata con estrema attenzione ai dettagli, insieme all’uso degli archi “fantasma”, contribuiscono a dare forma a questo spazio liminale tra presenza e assenza, vita e ciò che resta dopo.
In definitiva, ''Afterlife Requiem'' è un lavoro che non cerca di essere consolatorio: è un disco che guarda negli occhi il vuoto, che abita la fragilità del ricordo e la trasforma in un’esperienza estetica profonda, quasi ipnotica.
Un’opera che chiude il cerchio di una lunga elaborazione artistica e personale, e che conferma Those Who Walk Away come uno dei progetti più intensi e spiritualmente coraggiosi della scena contemporanea. Un requiem per tutto ciò che svanisce, e per ciò che, inspiegabilmente, rimane. (Andrea Rossi)