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LORENZO TUCCI  "Love songs from Abruzzo"
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Cosa può nascere da un breve pensiero, se quel breve pensiero è di Ennio Morricone? Il batterista Lorenzo Tucci ha avuto un'occasione di incontrare il leggendario compositore, che quella volta gli fece notare quanto sono belle le melodie abruzzesi. Tucci, abruzzese e jazzista, ripensando a quell'indicazione che gli diede il Maestro, decise di prendere in mano i brani del folklore regionale, e tradurli in chiave jazz. Ed eccoci qua.

Uscito per Jando Music e Via Veneto Jazz, “Love Songs from Abruzzo” raccoglie otto canti dialettali e li fa tradurre al pianoforte da Claudio Filippini, mentre la sezione ritmica è completata dall'onnipresente contrabbassista Jacopo Ferrazza (il suo nome ormai è consolidato nel panorama jazz, e si fa notare nelle fasi di assolo).

Chiaramente, senza cori e fisarmoniche, i brani risultano diversissimi. L'album è aperto da “Vola vola vola”, che al pianoforte qui assume un tono quasi natalizio. “Paese Me” è aperto da un unisono di piano e contrabbasso e poi scivola lenta e pensosa; sembrano commenti critici alle melodie stesse; anche perché in questo brano, la progressione armonica viene condita da accordi raffinati.

Una delle cose secondo me più interessanti, è che la trasformazione comunque conserva qua e là degli indizi che rivelano l'origine folk dei brani. Mi riferisco a certi mordenti e/o acciaccature che Filippini esegue ai tasti bianchi e neri, proprio là dove un cantante avrebbe tipicamente condito la melodia con dei vocalizzi intorno alla nota principale.

Questo accade a tratti nella citata “Paese Me” e in “Tutte le funtanelle”, ma diventa sistematico lungo “Na Casetta a la Majella”. Un altro modo di ammiccare alle origini, più indiretto, sta in “L'Acquabbelle”. Sarebbe un festoso brano corale, e allora Tucci lo fa diventare un veloce swing.

L'album è anche un'occasione, per i non abruzzesi, di scoprire titoli poco noti a chi è entry level come me. Ad esempio “Mare nostre”, che qui è un lento 6/8 atmosferico (e con l'assolone di contrabbasso di Ferrazza), in origine è un brano corale davvero suggestivo; consiglio l'ascolto della versione della Corale Giuseppe Verdi.

E direi che lo stesso vale per “Lu 'bbene che j' te vuje”, che sembra un'aria d'opera con tanto di solisti innamorati, riletta in una chiave intima, con Tucci che suona con le spazzole. La melodia, che dialoga tra uomo e donna, viene qui interpretata da pianoforte e contrabbasso.

In chiusura, il saltellante valzer “Din don” diventa un leggero 6/8 sincopato, in cui la melodia al pianoforte viene arricchita da armonizzazioni e gremita di arzigogoli rarissimi. Lo spunto di Morricone ha dato il la a una bella idea di Lorenzo Tucci, che applica il suo filtro jazz nello sguardo al suo amato Abruzzo. (Gilberto Ongaro)