recensioni dischi
   torna all'elenco


TREETOPS  "Aphonia"
   (2026 )

Si può restare indifferenti di fronte al talento precoce? SI può ignorare una band molto giovane, che riesce a proiettarti un prisma stilistico di vari colori senza evidenziare fisiologici peccati strutturali che, invece, commettono (spesso) artisti in verde età?

Eh, no… sarebbe imperdonabile e, benchè i dischi strumentali non attraggano più di tanto il sottoscritto, ci sono eccezioni che non posso tralasciare per nessun motivo.

Ipso facto, la suddetta premessa è appannaggio del settetto romano dei Treetops, giunti al terzo album “Aphonia” con maturità disarmante, capaci d’impastare nu-jazz, funk, fusion, rock ed altre finezze esecutive, dislocate negli 11 brani, per un totale di 50 minuti.

L’idea dell’opera è basata sul “concept” della comunicazione, sana o disturbata, che caratterizza l’intera umanità. Nessun timore se le parole son (quasi) del tutto assenti, perché i Treetops danno alla musica un potente eloquio descrittivo.

Se soffrite di “Afasia”, ecco pronta la reazione ritmica che serve, oppure, in caso di “Ecolalia” sfila un pop-jazz fervente e dinamico, mentre se il disturbo riguarda la “Dispnea”, gli attacchi di panico saranno leniti da un melanconico e rassicurante andazzo terapeutico, associato alla ripresa regolare del respiro di “Eupnea”.

Invece, la felicità cos’è? Beh, “Happiness is” qualcosa che non t’aspetti, che arriva all’improvviso, magari con estranianti mix di prog. Strano, eh? Eppure, il combo capitolino mira proprio a riflettere sugli humus contrari, proprio per farne apprezzare l’antitesi concettuale.

La fremente “The listener” rende omaggio a chi fruisce della loro arte, mentre la “Melancholia” è rappresentata da un’aere free-jazz coralmente intrigante. La tribale acustica di “Kledia” ci porta verso un “Finale” maestosamente soft, un sognante incrocio tra Weather Report, Mogwai e carezze PinkFloydiane.

Insomma, i Treetops non giocano a briscola ma calano sempre il Sette-bello. (Max Casali)