recensioni dischi
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GEORGEANNE KALWEIT  "Tiny space"
   (2026 )

Inquilina silenziosa e garbata di un world apart defilato e distante, Georgeanne Kalweit, americana di nascita, italiana di adozione, ha attraversato in punta di piedi l’ultimo quarto di secolo dispensando la sua arte raccolta e sofisticata in svariate incarnazioni ed altrettanti progetti, a partire da quello più noto alle nostre latitudini, i Delta V, di cui è stata la voce nel periodo di maggiore notorietà e visibilità, tra il 2001 ed il 2004.

Primo lavoro in assoluto pubblicato a suo nome, “Tiny Space”, su etichetta NOS Records, raccoglie dieci episodi nati da una lunga gestazione, iniziata nel 2022 all’indomani di travagliate vicissitudini personali, proseguita negli anni a venire e perfezionata dalla collaborazione con Lorenzo Corti e Giovanni Ferrario, determinanti sia in fase di pre-produzione e produzione artistica, sia come musicisti prestati alla causa.

Lavoro cesellato ed armonioso, accurato e gradevole, comunica per il tramite di un easy listening strutturato con misura ed eleganza, concedendosi impercettibili digressioni in territori jazzy, mai forzando la mano né trascendendo in un linguaggio inadatto ad esprimere l’innata finezza che lo pervade; affronta con gentilezza temi intimi in testi incentrati sul sé, fondati su un bagaglio esperienziale che conduce alla redenzione attraverso la sofferenza, in un percorso di accettazione, crescita e rinascita.

Il suono è pacato, le atmosfere soffuse, il passo laid-back, il mood affatto depresso: consapevole e rilassato, piuttosto, accompagnato da blande suggestioni psichedeliche (“Egoverse”, “Ten Pins”), altrove incline ad una morbidezza carezzevole (“Soft Shoulder”), sporadicamente screziato da contrappunti elettrici appena più inquieti (“Crystal Clear”).

Mid-tempo incalzanti (“Heavenly Thoughts”), memorie preziose (“Call an Ambulance”, su un’aria à la Nico), e tentazioni intellettuali (la title-track, vicina alle sonorità dei mai abbastanza lodati Convertible di Hans Platzgumer) segnano il percorso di un album sfaccettato e variegato, levigato e coeso, accarezzato ed esaltato dal crooning composto e velatamente sensuale di Georgeanne.

Brani in apparenza essenziali, arrangiati con gusto e prodotti con classe, celano una filigrana che emerge gradualmente, proponendo in realtà una lettura stratificata, prodromo di una ricercatezza non invadente: dalle inflessioni colte di “Fumbling Through February” alle timide disarmonie di una “International Intrigue Time Zone” che flirta con la IDM, fino alla chiusura sospesa e trasognata di “Bullet Holes”, a cavallo su lontane suggestioni new age, “Tiny Space” è un piccolo gioiello di introspezione, espressione matura e compiuta di un’artista talentuosa, sensibile, profonda. (Manuel Maverna)