BOUM PATAT "Ma belgitude"
(2026 )
Eccessivo, sghembo, fieramente meticcio: “Ma Belgitude” dei Boum Patat è un disco che sembra nascere da una risata collettiva, di quelle che però nascondono un pensiero acuto. È un album che gioca con l’identità — linguistica, culturale, musicale — senza mai prendersi troppo sul serio, ma proprio per questo riesce a essere sorprendentemente lucido.
Fin dai primi ascolti, “Ma Belgitude” si presenta come un piccolo caos organizzato: fiati che sbucano all’improvviso, ritmiche che sembrano sul punto di deragliare e melodie che flirtano con il pop per poi scappare verso territori folk, balcanici, chanson e fanfara. I Boum Patat non cercano l’eleganza patinata; preferiscono l’energia ruvida della strada, del festoso disordine da palco improvvisato, dove ogni strumento ha diritto di parola anche quando parla sopra gli altri.
Il cuore del disco sta proprio nel suo spirito ironico e carnascialesco. “Ma Belgitude” sembra voler raccontare un’idea di appartenenza che non è mai fissa o solenne, ma mobile, ridicola, quotidiana. La “belgitudine” evocata dal titolo non è uno slogan identitario, bensì un pretesto per mescolare accenti, stili e umori, celebrando l’assurdo come collante culturale.
Le voci — spesso teatrali, a volte volutamente sopra le righe — diventano uno strumento come gli altri, capaci di guidare il brano o di perdersi nel coro. Dal punto di vista sonoro, l’album è compatto pur nella sua varietà. Ogni brano sembra funzionare come un episodio autonomo, ma l’insieme regge grazie a una coerenza di atteggiamento.
Tutto è mosso da una voglia evidente di far ballare e sorridere, senza rinunciare a una sottile vena critica. È musica che invita al movimento prima ancora che alla riflessione, ma che lascia addosso un retrogusto intelligente.
Nel panorama di “Ma Belgitude”, alcuni brani emergono più chiaramente come manifesto estetico e sonoro del progetto Boum Patat. L'omonima ''Boum Patat'' è il biglietto da visita dell’album e, di fatto, l’inno del progetto. Electro‑metal diretto, ironico e sfacciato, combina groove industriali e testi autobiografici in francese, mostrando subito l’equilibrio tra potenza e humour che definisce il disco. È stato anche scelto come singolo di lancio.
''Putain de Moustique'' è uno dei brani più memorabili e divertenti: un racconto di frustrazione quotidiana (una zanzara notturna) trasformato in un pezzo martellante, quasi rammsteiniano nello spirito. Qui la “belgitude” diventa caricatura esistenziale. ''Rue d’Aerschot'' è più cupa e narrativa, rallenta il ritmo per concentrarsi sul racconto. È uno dei pezzi più atmosferici e dimostra che Boum Patat non vive solo di sarcasmo, ma sa anche costruire tensione e malinconia.
''Electro Frustration'' è invece un perfetto esempio di electro-fun-metal: riff pesanti, beat elettronici e un tema ultra‑contemporaneo (la tecnologia che ci tradisce). Musicalmente è uno dei brani più compatti e aggressivi. ''Manneken Pis'' è il simbolo culturale belga trasformato in traccia esplosiva e grottesca. Qui l’identità nazionale è trattata come gioco pop, tra citazione e parodia, con un ritornello particolarmente efficace dal vivo.
''James Brown Is Dead'' è un richiamo esplicito alla cultura elettronica old‑school belga (new beat). È uno dei brani che meglio sintetizzano la fusione tra metal industriale ed elettronica anni ’90, confermando la natura ibrida dell’album.
In sintesi, questi brani mostrano tutte le anime di ''Ma Belgitude'': la violenza metal, l’ironia surreale, la narrativa urbana e l’amore per l’elettronica. Se dovessimo consigliare un primo ascolto, partiremmo proprio da “Boum Patat”, “Putain de Moustique” e “Rue d’Aerschot” per capire subito lo spirito del progetto.
“Ma Belgitude” non è un disco da ascoltare distrattamente: chiede complicità, apertura e una certa disponibilità al gioco. In cambio, i Boum Patat offrono un’esperienza vitale, colorata e contagiosa, capace di trasformare il concerto immaginario che evoca in una festa collettiva.
Un album che dimostra come l’identità, quando viene fatta esplodere con ironia e musica, possa diventare una straordinaria occasione di libertà. (Andrea Rossi)