STEFAN GOLDMANN "Automation studies vol.1"
(2026 )
La nuova uscita del compositore tedesco-bulgaro Stefan Goldmann si basa sui suoi primi lavori, risalenti a cavallo dei due millenni (1999-2001). All'epoca, Goldmann utilizzava il rack TC Fireworx.
Un rack, per chi non lo sapesse, è uno “strafanto” (perdonatemi il termine buzzurro, ma ci ho avuto a che fare con alcuni rack, e li trovavo scomodissimi). Un rack è una struttura a scaffali dove avvitare degli hardware con display frontale, sul quale premere i pulsanti.
Gli informatici ci fanno le cose da informatici; i musicisti li usa(va)no come raccoglitori di suoni, che si possono selezionare e inviare alle tastiere tramite i fragilissimi cavi midi. Da lì si possono modulare, con vari oscillatori e i filtri (le manopole, i pirulini); i rack si trasportano su ruote e se li vuoi usare dal vivo, ci vuole un'auto a parte per trasportarli...
Sì insomma, avete capito che non ho molta simpatia per questo sistema arcaico. Eppure, negli anni precedenti alla santa digitalizzazione, questo sistema a rack era il non plus ultra della tecnologia. E Goldmann ha usato il processore interno al TC Fireworx per estrapolarne i suoni e farci le sue magie.
Goldmann ormai lo conosciamo bene a Music Map: di lui abbiamo raccontato un quintuplo album fatto con l'aria (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=10733), un album di texture poliritmiche (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=10817) e un'esplorazione elettronica sul rumore dal vivo, basata sull'architettura urbana di una città turca (http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=11737).
Questa volta, i suoni sviscerati e i rumori spezzettati provengono tutti dal suddetto rack. I lavori degli anni '99-'01 sono stati ripresi in mano e rivisitati, e si può ascoltare come da un singolo loop, Goldmann riesca a trovare sempre soluzioni diverse, anche attraverso cambiamenti minimali, ma non sempre minimali, distribuite in un triplo disco.
In “Council”, Goldmann ci intrattiene per un quarto d'ora con un loop di sole cinque note, ma ogni volta che ritornano, cambia qualcosa della dinamica o della forma d'onda dei suoni. “Wear and Tear I” sono frammenti di rumore bianco, organizzati come una ritmica di briciole. Nella ripetizione, si nota che il suono risulta sempre più ovattato.
“Bergamotta” è un suono di synth dalla forma quadra, fatto oscillare in maniera tale da sembrare tridimensionale. E ancor di più questo avviene nei quasi 34 minuti di “Feeder”, dove dopo un po' sembra che il suono-rumore stia parlando, stia cercando di dirci qualcosa.
“Grater” sono 4 minuti di un arpeggio tagliente che sembra una grattugia, costituita da un bicordo pitchato (tradotto: due note insieme che vanno su e giù). “Paper Window” infine sembra un fluido rimescolato, ma io so cos'è: è una mano che spippola la manopola in senso orario e antiorario. Si sta proprio divertendo Goldmann qui!
Il processo è questo in tutti i dischi, in pratica la libreria sonora viene sperimentata suono per suono. I 12 minuti stranianti di “Data Loss”, gli avvolgenti 27 minuti di “Phobos Lab”, gli ossessivi impulsi di “Computer State”, i vivacissimi caleidoscopi di “Chamber of Atonement” che sembrano il verso di qualche mostriciattolo di un fantasy, e “Angry Skies” che più che un cielo mi suona come un fax arrabbiato.
Tutto ciò è “Automation Studies vol.1”, uscito per l'etichetta Macro, per un'esplorazione delle possibilità algoritmiche, di musica elettronica sempre tenuta sotto il controllo umano. (Gilberto Ongaro)