BIGUAN "Ne varrà la pena"
(2026 )
C’è qualcosa di profondamente irrisolto in “Ne varrà la pena”, ed è proprio lì che Biguan trova la sua dimensione più autentica.
Questo EP non prova mai a trasformare il dolore in qualcosa di epico o spettacolare: lo lascia grezzo, a tratti scomodo, spesso incompleto. E funziona.
Se nei lavori precedenti si percepiva una tensione tra urgenza espressiva e ricerca di forma, qui sembra che le due cose si incontrino davvero.
Biguan scrive come se stesse parlando a qualcuno che non c’è più, o forse a sé stesso qualche mese dopo: il risultato è un linguaggio diretto, quotidiano, ma mai banale.
Non ci sono immagini costruite per colpire, ma frasi che restano perché suonano vere.
Musicalmente, l’EP si muove su coordinate ormai riconoscibili: una base che parte dal rap ma si apre senza paura al pop e a certe derive più emotive, quasi pop punk, senza però cadere nel cliché.
Le produzioni sono essenziali, a volte volutamente scarne, e proprio per questo riescono a sostenere il peso delle parole senza soffocarle.
I brani non cercano il singolo forte a tutti i costi: sembrano piuttosto pensati come un racconto continuo, dove ogni pezzo aggiunge una sfumatura diversa allo stesso stato emotivo.
Non tutto resta allo stesso livello – ci sono momenti più incisivi e altri più di passaggio – ma è anche questa irregolarità a rendere il progetto credibile, umano.
Il punto è che “Ne varrà la pena” non offre catarsi. Non chiude il cerchio, non consola davvero. Rimane in bilico tra quello che è stato e quello che potrebbe essere, senza scegliere.
E in un panorama che spesso ha bisogno di semplificare tutto, Biguan fa una cosa più rischiosa: lascia le cose aperte.
Forse non dà risposte, ma è proprio questo che lo rende necessario. (Jacopo Mantovani)