QUEEN "Queen II 2026 boxset"
(2026 )
Ecco per la gioia dei collezionisti e dei fans una riedizione celebrativa del secondo album dei Queen, ''Queen II'', rimasterizzato e remixato in lussuoso cofanetto (5 CD, 2 LP, Libro di 112 pagine).
Contiene una miniera di gioielli preziosi oltre al mix 2026 dell'album: una ghiotta messe di registrazioni in studio, outtake e demo inediti, tracce dal vivo e session radiofoniche.
''Sessions'' è una versione completamente diversa e inedita di ogni brano dell'album, con outtake tratti dalle sessioni originali allo studio Trident, con tanto di false partenze, voci guida, qualche errore e alcune fantastiche battute in studio tra i quattro membri della band.
Spiccano le prime versioni di due brani: quella solista di Brian May di ''As It Began'', alias ''White Queen'', risalente al 1969, e due demo soliste di ''Loser In The End'' di Roger Taylor, che svelano l'evoluzione del brano.
''Backing Tracks'' completa sia l'album stesso che le ''Sessions'', con interessanti mix dei brani senza voce solista che mettono in risalto le performance musicali della band.
''At The BBC'' riunisce brani di 3 diverse session realizzate per i DJ di BBC Radio 1 tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, mentre ''Live'' include canzoni dell'album tratte da concerti al leggendario Rainbow Theatre di North London il 31 marzo 1974 e all'Hammersmith Odeon del dicembre 1975.
La confezione include come dicevamo un libro di 112 pagine con fotografie inedite, testi manoscritti, diari e cimeli speciali, oltre a ricordi della scrittura e della registrazione dell'album da parte dei membri della band.
«Queen II è stato il salto più grande che abbiamo mai fatto. È stato allora che abbiamo davvero iniziato a fare musica come volevamo, piuttosto che come ci veniva chiesto di registrarla» (Brian May).
«Con Queen II il nostro sound stava evolvendo; stavamo sperimentando il multitraccia, una tavolozza incredibile con effetti corali imponenti» (Roger Taylor)
C'è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che ''Queen II'' torni oggi in una veste così sontuosa: un disco che, all'epoca, sembrava quasi un azzardo barocco nel pieno della temperie glam e proto-hard dei primi anni '70, ora si presenta come il primo vero atto di autodefinizione dei Queen.
Se il debutto era una promessa, ''Queen II'' era già una dichiarazione d'intenti, e questa riedizione 2026 lo conferma con una forza quasi imbarazzante.
Questo repak ribadisce un concetto cardine: i Queen non sono mai stati una band "facile". Troppo teatrali per i puristi del rock, troppo pesanti per i glamster più frivoli, troppo colti per essere semplicemente pop.
Eppure è proprio in questa terra di nessuno che hanno costruito il loro impero. ''Queen II'' è il momento in cui smettono di chiedere il permesso. Da una parte Brian May, architetto sonoro con la testa tra astrofisica e orchestrazioni chitarristiche; dall'altra Freddie Mercury, già pienamente regista del proprio mito, tra cabaret decadente e tragedia operistica.
In mezzo, il motore ritmico — Roger Taylor e John Deacon — troppo spesso sottovalutato, ma qui essenziale nel dare struttura a un materiale che rischierebbe altrimenti di evaporare nell'eccesso.
E poi ci sono i brani, quelli che, col tempo, sono diventati piccoli cult più che hit da classifica. ''Seven Seas of Rhye'', qui nella sua prima incarnazione completa, è il primo vero segnale di ciò che i Queen diventeranno: un singolo travestito da filastrocca mitologica. Dal vivo, già nel '74, diventa un momento di contatto immediato col pubblico, una sorta di proto-inno che anticipa la teatralità partecipativa degli anni successivi.
''Ogre Battle'' resta uno dei pezzi più feroci del primo repertorio: riff invertiti, dinamiche spezzate, un senso di minaccia che sul palco — al Rainbow Theatre — si traduce in pura tensione fisica. Qui i Queen suonano quasi proto-metal, lontani anni luce dall'immagine più levigata che arriverà dopo.
''Father to Son'' è invece il manifesto della scrittura di May: stratificazioni chitarristiche che, nelle Backing Tracks, si rivelano come un'orchestra elettrica ante litteram. Dal vivo perde parte della complessità ma guadagna in impatto, diventando un ponte tra introspezione e potenza.
E poi c'è ''White Queen (As It Began)'', forse il cuore emotivo del disco. La versione live all'Hammersmith Odeon è fragile, quasi sospesa, con Mercury che dosa teatralità e vulnerabilità. Sapere che esiste una versione embrionale del '69 firmata solo da May aggiunge un ulteriore strato di fascino: è una canzone che cresce insieme alla band.
Sul versante più oscuro, ''The March of the Black Queen'' è il vero laboratorio sonoro: un mosaico frammentato che prefigura chiaramente ''Bohemian Rhapsody''. Non a caso, è uno di quei brani che i Queen non porteranno mai integralmente dal vivo — troppo complesso, troppo avanti — ma che aleggia come un fantasma su tutta la loro produzione futura.
Infine, ''Loser in the End'', spesso considerata minore, trova nuova dignità in questa riedizione: le demo di Taylor mostrano un brano più ruvido, quasi garage, che dal vivo acquista un'energia diretta e senza fronzoli, in contrasto con le architetture più elaborate del resto del disco.
Questa nuova edizione scava, letteralmente, nelle fondamenta del lavoro. Le Sessions smontano il mito pezzo per pezzo: false partenze, voci isolate, frammenti di studio che restituiscono quattro musicisti ancora affamati, ancora imperfetti, ed è proprio lì che la magia si rivela.
Ma c'è un'altra storia che questa uscita racconta, meno romantica e più contemporanea. Nel mondo rock odierno proliferano riedizioni filologiche come questa, cofanetti monumentali, remix "definitivi", sessioni dissezionate al microscopio. Siamo in attesa del bootleg ufficializzato del live dei Pink Floyd di Los Angeles 1975 con gli embrioni dei brani che confluiranno in ''Animals''.
È un'operazione che oscilla tra archeologia e feticismo: da un lato restituisce dignità storica e profondità a opere fondamentali, dall'altro tradisce una certa difficoltà del rock nel produrre nuovi miti con lo stesso peso specifico. In altre parole, mentre il presente arranca, il passato viene restaurato, ampliato, reso sempre più tangibile, quasi abitabile.
E qui il discorso si allarga inevitabilmente all'eredità. I Queen non hanno lasciato un vero erede, ma una costellazione di discendenti parziali. Il lato teatrale e spettacolare riaffiora nei Muse, con Matt Bellamy che raccoglie qualcosa dell'enfasi mercuriale; viene riletto in chiave glam e ironica dai Darkness; e trasformato in opera rock generazionale dai My Chemical Romance di ''The Black Parade''.
L'ambizione compositiva — quella di tenere insieme complessità e accessibilità — si ritrova, per vie traverse, nei Radiohead e negli Arcade Fire, mentre il lato più stratificato e monumentale trova eco persino nel metal dei Metallica o nel teatro oscuro dei Ghost. Quanto al carisma vocale, pochi hanno sfiorato quella vetta: Jeff Buckley per sensibilità ed estensione, George Michael per eleganza e controllo.
Eppure, nessuno ha davvero raccolto tutto il testimone e questo rende i Queen unici e inimitabili forse piu di ogni altra band. Ed è forse proprio questo il motivo per cui operazioni come questa continuano a proliferare: perché i Queen rappresentano ancora un punto di convergenza che il rock contemporaneo, frammentato in mille linguaggi, non riesce più a replicare in un'unica voce.
Riascoltato oggi, ''Queen II'' suona meno come un "secondo album" e più come un manifesto precoce. Non è solo il disco che ha preceduto il successo: è quello che lo ha reso inevitabile. In un'epoca in cui il rock britannico cercava nuove identità dopo l'onda lunga degli anni '60, i Queen hanno scelto di non scegliere abbracciando tutto: heavy, prog, glam, music hall.
E forse è proprio qui che questa riedizione trova il suo senso più profondo: nel ricordarci che, prima di diventare leggenda, i Queen erano quattro musicisti che sperimentavano senza rete. E che il rock, per quanto oggi ami guardarsi allo specchio, vive ancora di quei momenti in cui qualcuno decide di andare oltre. (Lorenzo Morandotti)