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MACIEK PYSZ  "Point de vie"
   (2026 )

Con ''Point de vie'' il chitarrista polacco Maciek Pysz (con l'ausilio di Daniele Di Bonaventura e Yuri Goloubev) firma un disco che sembra nascere da una necessità interna più che da un progetto programmatico: un album che invita all’ascolto lento, alla sospensione, a quel silenzio “attivo” che è parte integrante della musica.

Il titolo, che richiama l’idea di punto di vista, non è solo una metafora concettuale ma una chiave d’accesso all’intero lavoro: ogni brano è un frammento di sguardo, un’angolatura emotiva da cui osservare il mondo.

La chitarra acustica è il cuore pulsante del disco, ma Pysz evita qualsiasi tentazione virtuosistica fine a sé stessa. Il suo stile è misurato, arioso, costruito su melodie che si insinuano con naturalezza e si sviluppano per sottrazione. Le linee sono limpide, cantabili, spesso percorse da una malinconia luminosa che non sfocia mai nel patetico. È un linguaggio jazz che dialoga apertamente con il folk europeo e con una certa sensibilità cameristica, più interessata all’intensità emotiva che allo sfoggio tecnico.

Gli arrangiamenti – essenziali e curati – contribuiscono a creare un senso di intimità quasi confidenziale. Ogni intervento strumentale sembra avere un peso specifico ben calibrato: nulla è superfluo, nulla invade lo spazio dell’altro. È musica che respira, che lascia decantare le idee, che accetta le pause come parte del discorso. In questo equilibrio tra pieni e vuoti risiede uno dei maggiori punti di forza dell’album.

''Point de vie'' colpisce anche per la sua coerenza narrativa. Pur nella varietà dei brani, l’ascolto restituisce l’impressione di un percorso unitario, come se i pezzi fossero capitoli di un diario sonoro. C’è una dimensione introspettiva costante, una tensione poetica che non cerca abbagliamenti ma chiaroscuri, riflessi, dettagli apparentemente minimi che si rivelano centrali col passare dei minuti.

Nel contesto di ''Point de vie'', l’originalità non passa tanto per soluzioni eclatanti quanto per scelte compositive, timbriche e narrative molto personali. Alcuni brani, però, emergono in modo particolare per identità e forza espressiva. “Flow” è uno dei brani più rappresentativi dell’album e non a caso è stato scelto come primo singolo. Colpisce per l’apparente semplicità melodica che si trasforma gradualmente in un dialogo raffinato tra chitarra, bandoneon e contrabbasso. L’originalità sta nel modo in cui Pysz fa “scorrere” il tema senza mai fissarlo definitivamente, creando una sensazione di movimento continuo e naturale.

“Le Pont de Passage”, probabilmente il cuore concettuale del disco, è il brano da cui nasce l’idea stessa di ''Point de vie'' (“ponte della vita”) ed è legato a una dimensione profondamente personale e simbolica per l’autore. Qui l’originalità risiede nella fusione tra narrazione emotiva e costruzione formale: la musica sembra davvero accompagnare un passaggio, un attraversamento, più che “descriverlo”.

“Into the Forest” è il brano d’apertura che definisce subito il linguaggio del disco. Si distingue per l’approccio quasi cinematografico, fatto di atmosfere sospese e di un lirismo che evita qualsiasi ridondanza. È originale per il modo in cui riesce a essere evocativo senza ricorrere a stratificazioni complesse, affidandosi a pochi elementi essenziali. Invece “Woke Up & Sang” è uno dei momenti più dinamici dell’album. Qui l’originalità emerge nel interplay tra i musicisti e in una scrittura ritmica più viva, che mantiene però l’eleganza e la misura tipiche di Pysz. È un brano che mostra come la sua musica possa essere narrativa anche quando il passo si fa più deciso.

“Cjavali’”, composto dal contrabbassista Yuri Goloubev, chiude il disco in modo inatteso. L’uso del pianoforte e il cambio di prospettiva compositiva offrono un punto di vista diverso, quasi laterale, che rafforza l’idea di ''Point de vie'' come album di sguardi molteplici. La sua originalità sta proprio nel ruolo di “epilogo fuori asse”, ma perfettamente coerente.

Non è, questo, un disco che punta all’impatto immediato. Richiede attenzione, disponibilità, tempo. Ma proprio per questo sa restituire molto a chi lo affronta senza fretta. ''Point de vie'' è un lavoro maturo, elegante, profondamente personale: la testimonianza di un artista che ha trovato la propria voce e la usa per raccontare, con sincerità e pudore, il suo modo di stare nel mondo. (Andrea Rossi)