recensioni dischi
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MARTINA LUPI  "Dannate salvatrici"
   (2026 )

Con ''Dannate salvatrici'' Martina Lupi firma un debutto solista che è molto più di un disco: è un percorso iniziatico, un lavoro che usa la forma-canzone come soglia simbolica, aprendo uno spazio in cui voce, parola e silenzio agiscono come strumenti rituali. L’album, pubblicato nel 2026 da Filibusta Records, si muove esplicitamente nel territorio del sacro femminile, della psicologia archetipica e della trasformazione interiore.

La scrittura di Lupi rinuncia a ogni compiacimento narrativo: i brani non raccontano storie lineari, ma stati dell’essere, figure, passaggi. Il dialogo essenziale tra la sua voce e il pianoforte di Alessandro Gwis, con interventi mirati di Michele Gazich e Mattia Lotini, costruisce un paesaggio sonoro rarefatto, dove il non detto pesa quanto ciò che viene pronunciato.

''Fiamma'' apre il disco come un atto di accusa e di rivelazione. Il brano evoca la figura di Giovanna d’Arco come archetipo della donna condannata per la sua libertà, ma il fuoco qui non distrugge: trasmuta. Il canto è teso, quasi invocativo, e la parola “fiamma” diventa un luogo di passaggio, dove il dolore viene attraversato senza essere negato. ''Fugadamé'' è invece il brano dell’ombra. La composizione si muove in una zona instabile, come se la musica stessa cercasse un appoggio. Lupi lavora sull’idea che la guarigione non sia fuga, ma incontro con ciò che fa male. La voce non guida: accompagna, lasciando che l’ascoltatore resti esposto, senza protezioni.

Arriva poi 'My Perfect Breath'', dove avviene una prima ricomposizione. Il respiro diventa centro, asse, misura. Il brano restituisce una sensazione di sospensione luminosa: non una felicità gridata, ma una presenza pacificata, in cui la vulnerabilità non è mancanza ma forza autonoma. ''L’attesa di un giorno'' è uno dei brani più simbolici del disco. Lupi costruisce una figura femminile che tiene insieme tempo e memoria: padre, presente e destino. Musicalmente è una pausa meditativa, dove l’attesa non è mancanza ma gestazione, spazio fertile in cui qualcosa si prepara a nascere.

In ''Khorakhané'', cover molto personale del brano di Fabrizio De André, il viaggio diventa collettivo. I riferimenti alla sapienza antica e ai popoli senza tempo spostano il baricentro dall’io al “noi”. La donna cantata è ormai saggia, capace di accettare il non sapere come conoscenza profonda. La melodia si apre, come se respirasse una terra più ampia.

''Realtà non è'', ispirata alla poesia di Antonio Machado, riflette sull’impermanenza. Nulla resta identico a sé stesso, e Lupi traduce questo principio in una scrittura che si sottrae a ogni fissità. La realtà, qui, non è un dato, ma un processo di ascolto continuo. Tocca poi a ''La distanza'', brano intimissimo, che lavora sull’idea della presenza invisibile. La distanza non è assenza, ma un altro modo di sentire. La voce sembra muoversi nello spazio, come se cercasse un contatto che non passa dallo sguardo ma dalla pelle.

''Pasarero'' è una chiusura potente e simbolica. La donna diventa corrente, migrazione, libertà in movimento. È un canto che custodisce il dolore del popolo e lo trasforma in ripartenza. Non c’è trionfalismo: solo il senso di una traccia lasciata nel passaggio. ''Flamme'' e ''Flama'' sono le versioni francese e spagnola di ''Fiamma'', e non sono semplici traduzioni, ma rifrazioni culturali dello stesso nucleo simbolico. Cambia la lingua, ma il rito resta: la voce dimostra come il senso profondo del brano possa attraversare confini senza perdere intensità.

''Dannate salvatrici'' è un disco coraggioso, che rifiuta i codici del consumo rapido e chiede all’ascoltatore presenza, tempo, attraversamento. Martina Lupi non cerca di “salvare” nessuno: mette in scena donne che si salvano da sole, pagando il prezzo della propria libertà. Un esordio maturo, necessario, che lascia un segno silenzioso ma profondo. (Andrea Rossi)