ATABASCA "Atabasca"
(2026 )
Colonne sonore senza film di riferimento. Grazie al cinema, nei decenni ci siamo abituati ad associare certe sonorità a certe immagini, a certi paesaggi. Gli Atabasca attingono da questo patrimonio di suggestioni condivise e debuttano con l'omonimo album, uscito per Killer Groove Records.
Gli Atabasca si definiscono un trio funk cinematico (chitarra, basso, batteria). La chitarra spesso è riverberata e richiama scenari desertici, come quello di “Paco”, dove la melodia in tonalità minore sa di antieroe che vagabonda tra le dune.
E proprio “Dune” è il titolo del brano di apertura, in cui il tema è fischiettato, come accade nelle più note musiche di Morricone.
Ma in “Dune” la melodia a un certo punto viene ripresa dal basso, e il basso è l'altro strumento che spicca nei brani, per i groove che sa creare e il sound bello rotondo, come in “Kundela Mawedi”, dove il chitarrista passa alla lap steel guitar, e più avanti nella scaletta in “Hell Dorado”.
Per “Cameo”, fa l'ingresso la kalimba nell'arrangiamento, intonando note inquiete ed evocative. La struttura del brano prevede le strofe in tonalità minore e il ritornello in maggiore, e la chitarra gioca su questo cambio, col suo suono sempre tremolante. Il guiro sottolinea il ritmo rumba.
Si torna chiaramente negli spaghetti western con “Cacopoulos”, sembra quasi di intravedere i titoli di testa, presentati con uno sparo di rivoltella. L'afrobeat entra di forza con “Khettara” e poi la kalimba incontra la lap steel in “Papambra”, ottenendo un esito psichedelico.
“Porpora” ha una malinconia di quelle da canzone anni '60, col suo rimando ritmico al tango argentino. “Reprise” conclude l'album con un respiro notturno, con la lap steel che canta il suo ultimo tenero lamento. La batteria chiude dando un senso di rituale al brano, e così anche all'intero album.
Con la loro musica, gli Atabasca possono fare la colonna sonora della vita dell'ascoltatore, per una quarantina di minuti, dandole un sapore avventuroso. (Gilberto Ongaro)