TRONDHEIM JAZZ ORCHESTRA & MARIANNA SANGITA A.ROE "Spiti/Home"
(2026 )
Cosa succede a unire strumenti e sonorità della Grecia, con le invenzioni jazz di un noto ensemble norvegese? La risposta si può ascoltare in “Σπίτι – Home”, album uscito per Pluritone, dove la compositrice, cantante e percussionista Marianna Sangita Angeletaki Røe, originaria di Mykonos, si incontra con la Trondheim Jazz Orchestra.
Il risultato è una coloratissima festa. Coloratissima, nel senso che l'organico strumentale è davvero variegato: batteria, basso, tastiere, violoncello, violino, ghironda, Hardangerfiddle (viola tradizionale norvegese), sabouna (cornamusa di Mykonos), sassofono soprano e contralto, tuba, fisarmonica...
C'è anche una componente indiana, rappresentata dal flauto bansuri, il sitar e tra le percussioni il tabla. E Røe e Efrén López Sanz percuotono il pandero cuadrado, un tamburo quadrato spagnolo, delle Asturie. Questo è il frutto delle esperienze e della curiosità di Marianna Sangita Angeletaki Røe, che si sono accumulate nel tempo e trovano espressione in questo disco.
Non tutti i brani seguono la stessa direzione: è una continua sorpresa. Il lungo pezzo d'apertura, “Olo bros”, è un evocativo canto in cui la bussola spinge maggiormente verso la direzione ellenica. Il brano si chiude con una lenta e inesorabile accelerazione.
Più avanti nella scaletta, “Døra” mostra il lato più jazz, dove il canto staccato coincide con il pizzicato degli archi, e c'è una fase d'improvvisazione in cui la tuba cammina su note stentate, mentre gli archi iniziano a “grattare” le corde, e entrano in gioco anche effetti elettronici.
Molto interessante “Duottar”, dove la voce riprende il louhta, uno dei tre stili di canto dello Joik, un particolare canto della tradizione Sami (popolo che noi chiamiamo lapponi), dove chi canta tende a ripetere delle sillabe che sceglie come un proprio ritratto personale: ogni cantore Sami crea il proprio canto.
L'esibizione nell'album è dal vivo, e infatti alla fine di alcune tracce il pubblico applaude. Nel caso di “Trouble”, gli astanti esultano già all'inizio, non appena le percussioni avviano un ritmo coinvolgente. Questa è una prima fase “indiana” del disco, con tabla e bansuri.
Ma nello stesso brano, la viola ci trasporta in lande più irlandesi, suonando rapidamente in una scala pentatonica che, a questa velocità ricorda quella che, partendo dall'Irlanda, sarebbe diventata la musica country americana... poi nel finale, rallentando la melodia, la stessa scala pentatonica rivela il suo potenziale, come dire, più “orientale”. “Trouble” è un esperimento ben riuscito di collante culturale!
“Beaivelottás” è un altro brano per sola voce, e poi arriva la commovente “Sommerfulgen/Svalen”, col suo incontro di una melodia vocale languida e della fisarmonica. Dopodiché giungiamo alla seconda fase indiana, con “Tabla solo” e “Kori”, travolgente brano in 5/4 dove Røe esegue dei rapidissimi ritmi sillabici, che ricordano i funambolici esercizi del percussionista B. C. Manjunath.
“A place” è un brano di sole voci armonizzate, l'unico cantato completamente in inglese, e poi i confini culturali si perdono definitivamente, si fondono in un ensemble dove convivono in maniera caleidoscopica tutte le sonorità, ed è curioso che accada in un brano chiamato “Tipota”, che in greco significa “nulla”.
Altrettanto significativo è il titolo del brano finale, “Rootless”, senza radici. Un brano meditativo dove l'artista greco-norvegese canta di sé, si esprime, accompagnata dagli strumenti armonici, senza ritmica.
Per una persona che vive il multiculturalismo sulla propria pelle, “Σπίτι – Home” (la parola greca si pronuncia “Spiti” ed è sinonimo di quella inglese) è un'esperienza personale che significa “casa”. Per gli ascoltatori, diventa la testimonianza intima di una visione dell'umanità unita. E unire la musica della terra degli dei con quella della terra dei miti norreni, non poteva che produrre qualcosa di straordinario! (Gilberto Ongaro)