MANAUS "Disappearing"
(2026 )
Provvidenzialmente distante anni luce dal concetto di intrattenimento tout court, “Disappearing”, su etichetta Overdub Recordings, ripresenta il trio marchigiano Manaus (Miriana Santamaria, Daniel Morganti, Eugenio Bordacconi) a poco meno di un anno e mezzo dal consistente esordio lungo, lavoro già carico di personalità, sebbene sporadicamente e trasversalmente riconducibile ad appartati microcosmi di casa nostra.
Era un lavoro compatto ed aggressivo, nero e triste, tagliente e teso, nervoso e urgente.
Rispetto al debutto, emergono oggi significative differenze, indicative di un’arte tuttora in evoluzione, ancora da plasmare a seconda dell’estro del momento.
Intanto, si compie il passaggio dall’italiano all’inglese, preludio ad un approccio sicuramente più peculiare, personale e centrato; musicalmente, le coordinate mutano, e non così impercettibilmente. Se alcuni episodi passati sembravano richiamare perfino i Verdena degli inizi, ora il trio naviga con decisione in zona hard-psych, con echi sparsi di Black Angels e Loop (“Impulses”, con coda ossessiva sventrata da muraglie di rumore indocile) a definire il perimetro di un album maturo e ben calibrato, che conserva intatto un afflato malevolo ed accigliato, esaltato da un’elettricità disturbata e da un incedere mortifero.
Più a fuoco, più plumbea, più tetra, quella dei Manaus odierni è un’espressività sempre sofferente, che smette tuttavia di vagare alla ricerca di un linguaggio distintivo: semplicemente, lo trova. E’ forse musica meno urticante, ma oscura e soffocante: le cadenze rallentano, il clima è fosco, il passo pesante, la luce non filtra, una cappa di atmosfere prossime al doom rabbuiano l’orizzonte, sul quale si addensano nubi minacciose e sinistre (“Datura”). Il contrasto tra il canto di Miriana – angelico a volte, altrove ipnotico ed insinuante, ma ferale – ed il generale mood caliginoso dei brani è vivido e spiazzante, e solo di rado si concede ad effimere oasi di melodia afflitta e sfuggente (“Talea”), prediligendo altresì un approccio severo ed austero.
Dalle ubriacanti variazioni di “Connections”, in continua alternanza tra fraseggi à la Sisters of Mercy ed accelerazioni brucianti, alla suggestiva chiusura di “Entity”, desolata e spettrale, trafitta da un solo di chitarra tanto inatteso quanto ammaliante, va in scena un cupo, pregnante esistenzialismo, dispensato in testi dolenti ed introspettivi.
Il quadro è opprimente, l’aria è satura, sospesa su molti dubbi e vuoti, incertezze e debolezze: tratti così umani, così comuni, così profondi, radicati, ineluttabili. (Manuel Maverna)