recensioni dischi
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GORILLAZ  "The mountain"
   (2026 )

Se l'idea di fondo del tuo gruppo è fare del mondo intero uno studio di registrazione, la tecnologia ti aiuta non poco ma servono cuore e coraggio e idee. E i Gorillaz storicamente ce l'hanno, anche se questo nuovo lavoro è impervio e in salita e non a tutti piacerà perché è ambizioso e anche irregolare.

Il geniale Albarn torna con un lavoro che è insieme atlante e collage di tanti stili e voci diversi in quindici tracce, come stazioni di una carovana sonora planetaria. La produzione con James Ford, Remi Kabaka Jr. e Samuel Egglenton tiene insieme ciò che forse siamo abituati a conoscere nella mescolanza ma non a questo livello di sofisticata ingegneria, tra groove sintetici, percussioni diasporiche, bassi dub e una patina pop su tutto che non fa diventare questo disco - e come potrebbe? - un lavoro senile di Peter Gabriel.

Il cuore di tutto sta nella geografia mobile del lavoro che più di molti altri segna il nostro tempo e merita quindi un 9 convinto, almeno per me: session tra India (Mumbai, Varanasi), Turkmenistan, Siria e Stati Uniti e brani cantati in cinque lingue. Meno noiosi dei Kula Shaker, va detto. Anche grazie a una costellazione di ospiti: l'urto degli Idles, la scrittura di Kara Jackson, il carisma di Yasiin Bey e Black Thought, le chitarre di Johnny Marr geniale pilastro degli Smiths, il sitar di Anoushka Shankar, l'elettronica desertica di Omar Souleyman; il taglio contemporaneo di Bizarrap.

Più controverso, e se ne poteva fare a meno, l'uso delle voci "ritrovate" (Bobby Womack, Dave 'Trugoy the Dove' Jolicoeur, Mark E. Smith, Tony Allen) ossia evocate in seduta musical-spiritica. E se volessimo disegnare questo album in una mappa, ecco al centro Gorillaz; a raggiera Blur, Massive Attack, The Clash, M.I.A., LCD Soundsystem, Tinariwen; più lontani ma affini Brian Eno e Fela Kuti.

Insomma i Gorillaz (che hanno reso norma l'ibridazione, trasformato il featuring in architettura, anticipato il pop globale e spostato il focus dall'autore all'opera collettiva) sono tornati, e questo ultimo lavoro è un bel bignami per riscoprirne l'opera globale in un disco-mondo che fa del mondo un disco. Da non perdere. (Lorenzo Morandotti)